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Attentati Bruxelles: Ibrahim Maaroufi, l’ex calciatore a cui i terroristi hanno rubato l’identità

Non è semplice la vita del taggato. Che sia su Facebook o nella vita poco importa; l’etichetta è qualcosa che pesa, qualcosa che tutto risucchia e niente restituisce, a meno che tu non sia un vasetto di marmellata fatta in casa.

Ibrahim Maaroufi ne sa qualcosa. Di etichette, non di vasetti di marmellata. E con lui anche i vari Bessa, Longo, Napoli o Pelè (quello finto), bollati troppo presto come campioni di un futuro che tra poco sarà già passato, senza però vederli lasciare impronte.

Per cominciare è opportuno chiarire una cosa: il ragazzo gioca ancora a pallone ed è islamico, ma non certo terrorista. Centrocampista avanzato, mancino, abile a giocare anche come play davanti alla difesa. Nasce a Bruxelles nel 1989, con il cuore, la carnagione e i tratti marocchini. La maglia dei Diables Rouges la fa sua per quattro volte, solo quando ancora troppo giovane per viaggiare fino al Marocco ad ogni chiamata; poi, da grande, nessun dubbio sui colori da difendere: dal 2007 al 2012.

Da adolescente, si fa le ossa nei ragazzini dell’Anderlecht. La grinta e la fame di chi ha voglia di fare in fretta lo contraddistinguono fin dai primi palloni toccati e così passa in rapida successione dalle giovanili all’under 17 del PSV Eindhoven. Nel mentre Piero Ausilio, all’epoca responsabile del settore giovanile dell’Inter, lo segue e decide di opzionarlo nel 2006. In quell’estate viene sventato un attentato a Londra. Lui però è in preparazione a Milano. È l’inizio dell’età dell’oro nerazzurra, nella prima era Mancini. Ibrahim gioca una manciata di partite in Coppa Italia, a supporto di un altro Ibrahim, quello che termina con –ovic.

Ma si sa, la fretta (spesso) è cattiva consigliera. Maaroufi vuole giocare di più e nell’Inter che sta progettando il Triplete non può farlo. Decide quindi di tornare in Olanda e fare la voce grossa in un campionato minore. Il Twente lo prende in prestito nel 2008, quando a Mumbai un attentato terroristico a fine novembre fa 125 vittime. Lui però è in Olanda, in piena stagione calcistica. La sua ascesa verso l’Olimpo subisce una brusca frenata in Eredivisie. Dal giocare con re Zlatan passa a farlo con Eljero Elia e Blaise Nkufo. Un infortunio al ginocchio lo mette fuori causa, il Twente lo rispedisce in Italia e l’Inter lo gira al Vicenza. È il 2009, anno in cui a Kabul perdono la vita sei parà italiani. Lui però è nel Triveneto.

Mentre la carriera di Ibrahim Maaroufi naufragava, perdendosi tra i porti poco sicuri di Bellinzona, Casablanca, Eupen e arrivando fino alle colonne d’Ercole del professionismo, con la Paganese in Lega Pro, nel mondo i vari Al Quaeda, Boko Haram, Stato Islamico e via discorrendo facevano versare inchiostro riguardo alla parola terrore. Lui – intanto – pregava verso La Mecca, osservava il digiuno durante il Ramadan e viveva tranquillo.

Peccato che qualcuno per lui – vai a capire come e perché – decideva di usare il suo nome per passare inosservato attraverso il nostro Paese, per andare a far male prima alla Francia e poi al Belgio. Combinazione, il Paese di nascita di Ibrahim.

Il furto d’identità non è affar nuovo per Maaroufi. Già a gennaio, il ragazzo era corso in questura a Bruxelles per capire come mai circolasse il suo nome dopo il venerdì nero di novembre a Parigi. Quell’El Bakraoui a cui tanto faceva piacere avere in curriculum un passato all’Inter sembrava essere morto in quell’occasione, ponendo subito fino agli incubi di Maaroufi. Tuttavia i fantasmi quando infestano, non perdonano. Ventidue marzo, bombe e kamikaze all’aeroporto di Zaventem e ancora Ibrahim Maaroufi tra gli indagati. Lui ora gioca nello Schaerbeek, la squadra del quartiere di Bruxelles dove viveva quel Khalid El Bakraoui che tanto si è divertito a rubargli la carta d’identità, e forse anche i sogni. Martedì mattina però Ibrahim Maaroufi era probabilmente all’allenamento e non di certo a farsi esplodere in meropolitana.

Perché Ibrahim Maaroufi sarà anche un progetto di calciatore che non è decollato; sarà anche una promessa non mantenuta; ma – di certo – non è un terrorista.
Articolo a cura di Lorenzo Dragoni per Crampi Sportivi
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