Cronaca

Seborga, principi e colpi di Stato del borgo che si crede una monarchia. Il ministro: “Giù le mani dal Principato”

Il piccolo comune ligure è in subbuglio: in giornata è atteso l'arrivo del Principe Marcello I, partito di corsa da Dubai per affrontare l'emergenza. Marcello incontrerà i "priori"per decidere come reagire al 'golpe' attuato da Nicolas 1er. Che non è stato il primo sovvertitore

“Seborga è dei Seborghini e non si tocca“. Conclude così la telefonata Maria Carmela Serra, ministro del Principato di Seborga, dove da giorni è in atto un “colpo di Stato”. Il numero di cellulare del Governo è rintracciabile sul sito del Principato. Chiamando risponde direttamente il ministro, che racconta la situazione nel piccolo borgo ligure alle spalle di Bordighera: in giornata è atteso l’arrivo del Principe Marcello I, tornato di corsa da Dubai per affrontare l”emergenza’. Marcello incontrerà i “priori”, ovvero “Seborghini doc“, con almeno un figlio e un genitore viventi di Seborga, per decidere come reagire al ‘golpe’ attuato da Nicolas 1er, all’anagrafe Nicolas Mutte. Quello che è certo è che “l’usurpatore” sarà denunciato per l’utilizzo improprio dei marchi e loghi del Principato che, avvisano dal governo, “sono protetti dalla legislazione internazionale sui marchi”. Il ministro spiega che a turbare l’equilibrio dei sudditi è un vero e proprio complotto, ordito da un console di vecchia data del principe, Marcel Mentil “con meri fini di lucro“. “A questa gente non gliene frega niente di Seborga – sbotta Serra – lo fanno solo perché siamo appetibili, vogliono farsi gli affari loro”. Anche i cittadini sono arrabbiatissimi: il loro principe l’hanno eletto già.

Ma a Seborga non sono una novità i colpi di Stato: dopo la morte di Giorgio I, principe dal 1963 al 2009, alcuni “cavalieri” hanno tentato di insediare un sovrano diverso da quello eletto. Con ordine. Fino al 1963 Seborga altro non era che un tranquillo comune italiano, finché un giorno Giorgio Carbone, 27enne presidente della Cooperativa agricola del borgo ha deciso di ricordare ai cittadini di non essere uno dei tanti puntini sulla cartina dell’Italia, ma un Principato con la sua autonomia e indipendenza. Forte della mancanza dell’atto di cessione del principato al Regno di Savoia nel 1729, Giorgio ha risvegliato l’orgoglio Seborghino ed è stato eletto Principe.

Seborga quindi non è una monarchia dinastica e il principe è eletto dal popolo: “Questo perché anticamente il Regno era governato dai monaci, che non potendo avere figli, non avevano eredi da designare” ha chiarito Serra. Il principe eletto resta in carica 7 anni, passati quali i Seborghini tornano alle urne. Non c’è limite alle volte in cui una stessa persona può essere eletta: “Giorgio è stato rieletto ogni volta e il suo incarico è durato tutta la vita” spiega il ministro, “e non è detto che non succeda la stessa cosa anche a Marcello”. Il 25 aprile 2015 infatti è stato eletto un nuovo sovrano, che ha battuto l’avversario Pepi Morgia, regista e designer genovese. E qui cominciano i colpi di Stato: un gruppo di “Cavalieri” di Giorgio I, espulsi da Seborga, non ha riconosciuto il nuovo principe e ne ha quindi scelto un altro, Massimiliano I che tutt’oggi “se ne va in giro a dire di essere Principe di Seborga”. Anche lui.

E il sindaco? Dal canto suo il primo cittadino, Enrico Ilariuzzi, unica autorità ad essere riconosciuta dallo Stato italiano, assiste alla vicenda da lontano e con sguardo ironico: “Io devo occuparmi di amministrare il territorio – spiega – e finché la situazione resta ‘legale’ non ci sono problemi”. L’importante per Ilariuzzi è “lavorare per il bene della comunità“. Insomma, finché le beghe reali fanno parlare di Seborga e contribuiscono al turismo, nulla da dire. D’altronde attirare turisti è anche un po’ l’obiettivo del ‘governo reale’: “Noi lo facciamo perché ci importa di Seborga ma anche per il turismo” spiega Serra, sottolineando che “i paesi dell’entroterra ligure sono dimenticati dallo Stato italiano” che considera Seborga una mera trovata folcloristica. Insomma, conclude il ministro, “se non ci diamo da fare noi qui i negozi chiudono”.