Scienza

Attentati Bruxelles, è psico-guerra: come reagiamo a un attentato terroristico?

Una guerra ha lo scopo di conquistare un territorio oppure di sovvertire il potere costituito per rimpiazzarlo con un nuovo regime. Gli attentati che stanno avvenendo in Europa non hanno la forza per raggiungere questo obiettivo.

 

Il terrorismo vuole incutere timore per ottenere una risposta repressiva da parte di uno stato e sperare che questa reazione inneschi, attraverso il conflitto sociale, un processo di disgregazione dello stato stesso. Certamente la modalità operativa negli attentati europei degli ultimi mesi è di tipo terroristico ma il fatto che sia coordinata da uno stato estero pone dei dubbi sulle finalità. L’obiettivo è incidere profondamente sulla psicologia di noi europei. Siamo a tutti gli effetti di fronte a una guerra psicologica in cui più che il numero delle vittime o dei danni arrecati all’avversario conta l’impatto emotivo e le conseguenze sul piano delle reazioni sull’opinione pubblica.

Non è quindi solo un esercizio accademico chiedersi: come reagiamo a un evento terroristico? Per provare a dare una risposta vorrei ricordare la teoria di McLean sulla costituzione del nostro cervello. Secondo questa concezione nel corso dell’evoluzione si sarebbero strutturate tre fasi evolutive che da un punto di vista anatomico permangono parzialmente nella struttura del cervello per come si forma e si struttura dal momento del concepimento fino alla nascita. Come emerge dalla figura allegata che mostra una figura del cervello in sezione le tre parti del cervello sono sovrapposte e costituite da:
1. Cervello razionale costituito dalla corteccia; tipico dell’uomo in cui vengono elaborati i pensieri le congetture e le strategie per il futuro,
2. Cervello emotivo simile a quello dei mammiferi, tipo cane e gatto, in cui sono elaborati i sentimenti e le reazioni a questi stati d’animo,
3. Cervello istintivo, simile a quello dei rettili, che controlla il cuore, il respiro e i vari organi del corpo oltre a reagire istintivamente alle sollecitazione che mettono a rischio la sopravvivenza.

L’atto terroristico, per il suo forte impatto sul senso di sicurezza dell’individuo nel suo territorio, vuole agire soprattutto sulla parte più primitiva del nostro cervello quella definita come cervello istintivo per provocare una reazione. Un paziente oggi mi ha raccontato che, dopo aver assistito al telegiornale, mentre viaggiava in treno ha avuto l’impulso di strappare il velo a una signora islamica che gli sedeva accanto per gridare “basta con queste assurde manifestazioni religiose”. Naturalmente l’ha solo pensato e non l’ha fatto ma si è meravigliato lui, uomo integerrimo e cosmopolita, dei suoi stessi pensieri. Una ragazza di origini iraniane mi raccontava che spesso al suo passaggio qualcuno sputava in terra in segno di disprezzo per il suo vestiario di chiara connotazione islamica. Questi esempi mostrano come istintivamente una parte di noi vorrebbe una risposta immediata, come un bottone rosso da pigiare per mandare direttamente una bomba sul califfo. A livello di istinto vorremmo agire immediatamente, fare qualcosa colpire qualche nemico.

In un secondo momento viene attivata la parte affettiva del nostro cervello con prevalenza delle emozioni di paura, rabbia e pena verso le persone coinvolte. Questo misto emotivo può portare, come studiato dopo l’attentato dell’11 settembre negli Stati Uniti, a insonnia, ansia e stato di allerta con irritabilità e facilità ad arrabbiarsi per futili motivi. Porteremo il nostro stato emotivo con noi anche sul lavoro ove le relazioni umane potranno risentirne o in famiglia con aumento dell’aggressività. Un ragazzo mi racconta che negli ultimi tempi, quando la sera arriva a casa il padre, è preoccupato perché una banalità può scatenare urla e rimproveri eccessivi. Se per caso cade una forchetta, rimane aperta la porta del frigo o una luce nel corridoio il padre reagisce con rabbia eccessiva. Il figlio è consapevole che il papà sta attraversando un brutto periodo sul lavoro aggravato dal fatto che sembra attratto morbosamente da tutti i talk show in cui vengono riversate sullo spettatore notizie negative.

A distanza di tempo tenderà ad intervenire la parte razionale del nostro cervello per cercare di inquadrare in un contesto ragionevole ciò che è avvenuto. Ci saranno riflessioni che possono rassicurare come il fatto che in termini statistici è certamente più facile morire per un incidente stradale che per un atto terroristico oppure inquietare come la constatazione che è impossibile controllare ogni luogo di aggregazione sociale. Questi tre livelli di elaborazione cerebrale non funzionano a compartimenti stagni ma interagiscono fra di loro per cui spesso il nostro ragionamento verrà condizionato dal livello istintivo o da quello emotivo. I guerrieri dello Stato Islamico sanno che è più facile e immediato agire sui livelli dell’istinto di conservazione e delle emozioni di base come la paura e la rabbia piuttosto che sul livello del ragionamento. Per questo motivo la psico-guerra lungi dal cercare motivazioni razionali ai suoi atti viene condotta sul versante dell’imprevedibilità e dell’efferatezza. Non è tanto importante uccidere qualcuno ma mostrare al mondo un modo disumano di giustiziarlo così come colpire a caso è più efficace che colpire bersagli mirati.