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Attentati Bruxelles, la speranza di un’Europa più forte è difficile da coltivare

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Capita che sei invitato a partecipare ad un meeting con tutti i membri dei Verdi europei ed accetti.

Capita che ti prepari, chiedendo in anticipo tutti i documenti e l’ordine del giorno. Li ricevi e li leggi. Sei soddisfatto di alcuni passi:  “Non dobbiamo mai dimenticare che la realtà del progetto europeo, così come si evoluto nei decenni, è un grande risultato storico. Noi siamo fieri che questa Europa è stata foriera di tante libertà e opportunità per i suoi cittadini. Noi però dobbiamo rafforzare la possibilità che l’Europa sia fonte di speranza per tutte le persone che vivono  attorno alle frontiere europee”. Ganzo è proprio ciò che ho sempre pensato.

Capita che sei sull’aereo che ti sta portando al meeting, ripassi il tuo discorso da verde del sud Europa, che non è mai riuscito ad andare oltre il 2,5% in mezzo ai colossi del nord che non si spostano quasi mai dalla doppia cifra e vincono continuamente, come è successo ai Grüne in Baden-Wuerttemberg che hanno superato il 30%. Però scrivi che si orgoglioso di appartenere ad una delle poche famiglie politiche europee che sfidano i tempi che corrono con parole come solidarietà ed ecologia e che non hanno paura a dire che è necessario rilanciare il progetto europeo voluto dall’italianissimo Altiero Spinelli, ora che anche Renzi si scaglia contro l’Europa unendosi al coro dei nazionalisti “de nojartri”, come Salvini.

Capita che il tuo aereo, in questo 22 marzo 2016 che diventerà un’altra data dolorosa da ricordare,  doveva arrivare a Bruxelles Zaventem alle 9.30 ma viene deviato verso lo scalo di Charleloroi. “Come farò ad arrivare in tempo alla riunione, che è prevista alle 11.30?”. Pensi, completamente ignaro di quello che sta succedendo nella capitale belga.  Quando l’aereo atterra e la hostess annuncia che “ci sono problemi di sovraffollamento e quindi aspettiamo ad aprire le porte”. Accendi anche tu il cellulare e leggi gli Sms preoccupati di famigliari e amici. Finché capisci quello che è accaduto. E anche gli altri passeggeri, ammutoliti. Più per lo sconcerto che per la paura.

Capita che ora sono in treno, da Bologna a Roma grazie all’ultimo biglietto disponibile che mi ha riportato in Italia da Charleloroi. Mesto e addolorato per quelle vite perse, ma non ho voglia di leggere degli sciacalli che si sono sicuramente buttati su questo episodio per strumentalizzarlo. Con le loro certezze in tasca e la soluzione pronta. Li conosco troppo bene per non sapere che stanno già preparando i loro interventi in tutte le trasmissioni che li inviteranno, diventando complici degli sciacalli, per spiegare che questa è una guerra e che bisogna rispondere immediatamente, magari chiudendo le frontiere al nemico. E mi salgono conati di vomito.

Capita che la speranza di un’Europa più forte che mi stava portando alla riunione con gli amici Verdi del continente è difficile da coltivare. È come una fiammella sulla quale i nazionalisti di tutta Europa (e gli sciacalli italiani) soffiano per tentare di spegnerla.

Capita che in questo momento di confusione io capisco di avere poche certezze, e mi sento destabilizzato dai fatti, ma poi mi viene in mente la frase “Provate sempre a riparare il mondo”  di Alex Langer. Alex, che anche nei momenti più bui della sanguinosa guerra dei Balcani credeva fino in fondo all’idea di una rivoluzione mite che cambi le teste più delle frontiere, con la sua richiesta accorata: “Adottiamo l’Albania” mentre tutti attorno volevano respingere i barconi che arrivavano in Puglia. E se fosse questo il segreto? Soffiare sotto e non sopra la fiammella, per ravvivare la speranza e farla crescere.