Economia & Lobby

Politica industriale, proviamo a inventare. Dall’isola all’arcipelago

Nel percorrere questo miniviaggio verso un Prim (Piano di riconversione industriale manifatturiero), e sempre tenendo in mano non già una matita appuntita a dovere ma soltanto un grossolano carboncino, non posso fare a meno di pensare a un ‘Centro Prim’ (non identifichiamolo per ora con altro nome) che abbia cinque compiti fondamentali:

1. identificare e far conoscere agli imprenditori la sostanziale differenza fra una azienda ‘normal-fornitrice’ e un’azienda olonica in rete d’impresa;
2. educare gli imprenditori verso le tecniche gestionali necessarie per aziende ‘oloniche’;
3. assistere gli imprenditori nella stesura dei contratti di ‘rete d’impresa’;
4. dare vita a un centro di contatti nazionali e internazionali per le imprese che vogliono indirizzarsi sulla strada ‘olonica’ organizzato per porle in contatto con aziende italiane e straniere OEM;
5. attivare azioni nazionali e internazionali di promozione del prodotto OEM ‘made in Italy’ con programmi mirati di sviluppo.

Quando, qualche anno fa, incuriosito e fortemente attratto dall’esperienza Moto Aprilia, cominciai a poco a poco e con vera fatica a rimuginare su questo argomento, il mio pensiero correva a Confindustria. Perbacco, dicevo a me stesso, ma questo è l’argomento della vera ‘innovazione manifatturiera italiana’: Confindustria ha la forza e l’interesse ad attivare questo processo di svecchiamento e di rilancio al futuro! Senza dubbio questa idea dovrebbe essere di loro interesse.

In realtà non è così. Confindustria, oggi e a mio parere, è molto lontana dal porsi questo problema: e dubito molto che se qualcuno, all’interno di questa organizzazione, facesse tanto da cercare di portare alla luce questa idea, beh non troverebbe né ascolto né spazi che raccolgano queste idee. Perché, sempre a mio avviso, Confindustria ha assunto un ruolo di fiancheggiamento al potere politico e, come tale, ne condivide gli atteggiamenti: e il potere politico non si interessa delle imprese: si interessa del potere di coloro che lo occupano quasi confiscandolo pro domo propria: in questo quadro Confindustria ha una strada obbligata: deve condividere l’andazzo del potere.

Questa non è, certo, una mia scoperta: e neppure mia scoperta è il sapere che di fatto Confindustria è divisa in due grandi blocchi, di cui uno (quello delle Grandi aziende) detiene il potere di guida dell’associazione mentre l’altro (quelle delle Pmi, per definirlo alla buona) si sente del tutto emarginato e non rappresentato nei suoi interessi.
Ora bisogna che ci rendiamo conto di una realtà oggettiva: realtà all’interno della quale si situano due grandi forze della nostra economia manifatturiera: gli imprenditori illuminati e i sindacalisti illuminati; forze dalle sole quali possiamo attenderci spinte innovative e ben ossigenate.

Sia all’interno di Confindustria che dei sindacati esistono forze di giovani (ma anche meno giovani) che soffrono molto di queste conduzioni soporifere e vecchie: che riciclano sempre gli stessi argomenti, senza innovazione e senza, soprattutto, lasciar intravvedere un possibile pur che timido ricambio delle idee: ma c’è di più: tutte le scuole ad orientamento economico di qualsiasi ordine e grado continuano a riciclare nelle nostre aziende personale che porta con sé una cultura statica, revolving, per nulla aperta a visioni di economia, ma più tecnicamente orientata a visioni amministrative ragionieristiche.

Molti giovani imprenditori, magari permeati da esperienze vissute anche all’estero, soffrono di questa situazione: capiscono che stanno rischiando a causa di questa stasi creativa: credo che se si offrisse loro una possibilità, la loro partecipazione potrebbe essere determinante. Questo Centro Prim potrebbe – lo penso sinceramente – costituire la loro opportunità. Offre un grande vantaggio: che è da costruire dal nulla. Le idee vecchie non hanno nazionalità in questo ipotetico ‘Centro’, perché già largamente contestate. E deve, soprattutto, trovare un linguaggio semplice e moderno per rendere questi concetti gestionali nuovi del tutto accessibili a chiunque: oggi non è così.

Arrivare a stendere un Progetto di politica economica nazionale manifatturiera significa costruire il Centro Prim: significa riordinare le idee seguendo una pista del tipo dei ‘cinque punti’ di cui sopra, in modo che la loro ‘comunicazione’ risulti scorrevole, anche se non facile: significa far capire che la ‘spinta’ alla risalita la devono dare soprattutto le aziende OEM, ma con un compito sociale, oltre che economico, di trainare come dei ‘pares’ le aziende SSM verso nuovi obiettivi di attività ma anche di cultura aziendalistica.Queste aziende non hanno né mai avranno alternative di vera innovazione (non parlo dello sviluppo tecnologico) al di fuori di questa ‘chance’.

Potrebbe anche essere che un Centro PRIM coeso e deciso e chiaro nelle idee riesca anche a ringiovanire Confindustria: ma da qui potrebbe anche accadere che si riesca a ringiovanire la ‘politica economica’ del paese e, vista la forte importanza dell’economia, la stessa ‘politica’ (tout court) del Paese, che ne avrebbe un sovrumano bisogno. Nei prossimi post cercheremo di dipanare i cinque punti di cui sopra: per svolgere i quali in questa sede chiedo la massima collaborazione dei lettori attraverso risposte sul Fatto Quotidiano oppure anche direttamente all’indirizzo mail dello scrivente: g.brianza@libero.it.
Ringrazio fin da ora chi vorrà gentilmente dare una mano. ‘Sursum corda’.