Cinema

Il Club, il cinema di Larraín nell’inferno dell’animo umano

Rimango pietrificato davanti alla potenza lacerante di Il Club. Dopo il trionfo con l’Orso d’argento allo scorso Festival di Berlino, il passaggio alla Festa del cinema di Roma e l’iniziale soppressione da parte della distribuzione italiana, finalmente anche le nostre sale avranno l’onore e il piacere di ricevere questo grandissimo ritratto d’inumana umanità.

Che Larraín sia uno dei giovani più interessanti e promettenti del panorama cinematografico mondiale non è certo una novità; sin dagli esordi e poi nel corso della sua carriera infatti, ha dimostrato (con gioielli come Tony Manero, Post mortem, No – I giorni dell’arcobaleno) di sapersi insinuare nella condizione umana dei propri personaggi, pedinandoli con grande sensibilità nei loro percorsi emotivi e nel rapporto col mondo circostante in grande fermento (spesso politico). Questa volta però riesce a spingersi al di là di quel terreno già battuto e a consacrarsi definitivamente con un’opera che riecheggia nella profondità dell’abisso che riesce a scavare.

Non dev’essere una settimana troppo serena per il mondo cattolico; dopo Il caso Spotlight infatti, anche Il Club affronta il tema ostico e controverso degli abusi sessuali da parte del mondo ecclesiastico. Le chiavi di lettura e gli approcci dei due film, tuttavia, sono completamente differenti e non paragonabili in alcun modo, anche se permane il rischio comune di sgretolarsi sotto i colpi della retorica e degli stereotipi.

Quando però a guardare il mondo è uno sguardo così incredibilmente profondo ed intelligente come quello di Larraín, si riesce a scorgere tutto sotto una luce diversa che rischiara anche quelle zone d’ombra pericolose ed oscure in cui nessuno osa addentrarsi. Questo grande artista cileno ha una consapevolezza così rara e preziosa da sapere perfettamente quale sia il limite oltre il quale si è indifendibili, eppure la sua prospettiva trova un punto di fuga così lontano da permettergli di osare e di andare oltre le barriere convenzionali penetrando con un’umanità commovente nei pensieri degli esseri umani. Sarà un percorso duro e doloroso che porterà a scardinare le contraddizioni di un sistema marcio e a capire come si possano cogliere tutte le infinite sfumature che ci animano, restituendoci, in una dannata lotta con noi stessi, una meravigliosa e struggente gamma di grigi su una questione morale che per tutti gli altri apparirebbe drasticamente bianca o nera.

La casa affacciata sul mare in questo paradiso sperduto diventa allegoria dell’omertà della Chiesa cattolica sui preti pedofili, collaborazionisti di Pinochet e trafficanti di bambini strappati ai desaparecidos. È un mondo nebuloso dove pietà e bestemmia, luce e tenebra, santi e peccatori finiscono per confluire diventando parte della stessa sostanza e l’uso espressionista di primi piani potentissimi che intrappolano i personaggi, suggerisce come non ci sia posto al mondo dove potersi nascondere quando la verità esplode come un vulcano.

Larraín non è un regista dalle soluzioni semplici o consolatorie e qui libera tutta la sua forza espressiva, ritraendo un film dai colori desaturati e poco contrastati, in cui la divinità inquietante annuncia la sua presenza attraverso una luce fredda che pervade costantemente lo schermo infrangendosi nelle sagome dannate e delineando i desideri più profondi dell’anima in eterno conflitto tra autoaffermazione e abnegazione.

Sembra che i fotogrammi continuino a scorrere trovando nutrimento dal nostro ossigeno e si arriverà alla fine in un crescendo di tensione e dolore così irresistibile da produrre un’apnea stremante, a tratti insostenibile, ma quanto mai necessaria per la sopravvivenza.

“Né l’omicidio né il perdono sono possibili al crocevia tra paradiso ed inferno” ma questo film non si arresta a nessun crocevia e arriva dritto nell’olimpo del cinema, dove l’arte fa tremare le ossa, continuando a logorarti dentro anche al termine della visione come fosse un parassita inestirpabile.