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Fulni-ô, il popolo sulla riva del fiume

Le popolazioni indigene, secondo qualcuno, sono in possesso di tecnologie spirituali di grandissimo interesse. Ci sono ancora gruppi tribali che, a differenza di altri, sono riusciti a mantenere un contatto profondo con tradizioni arcaiche, nonostante il mutamento di costumi nel modo di abitare e di vivere. Alcuni di essi riescono ancora, in parte, a praticare caccia e raccolta o anche agricoltura, mentre altri sono costretti a piegarsi all’avanzare della tecnologia, utilizzandola per attività per loro del tutto nuove. È il caso dei Fulni-ô, una tribù di settemila persone del Pernambuco, protagonista di una storia abbastanza singolare.

Nonostante l’avanzare della civilizzazione continuano a praticare assiduamente tradizioni molto antiche, che includono la danza, il canto, le pitture corporali, l’artigianato sacro. Si tratta di pratiche con finalità spirituali molto profonde. Per un approfondimento si può andare a questo mio articolo specialistico, Il Segreto degli sciamani.

Nonostante il mantenimento di tali tradizioni devono avviare per forza relazioni con il mondo civilizzato, soprattutto in grandi città brasiliane, per vendere il loro artigianato e per partecipare a eventi dove possono raccontare la loro storia. L’area dell’interno del Pernambuco dove si trovano confina con il Sertão, una delle zone con meno piovosità al mondo, quasi desertica. Non ci pioveva da cinque anni. Un disastro per l’allevamento e l’agricoltura, ma anche per la caccia e la pesca, per loro vitali. Fulni-ô significa, nel loro idioma, “Il popolo sulla riva del fiume”. Tale fiume era il magnifico Rio Ipanema, il quale scorreva nella bassa e rada vegetazione del luogo, conosciuta come Catinga, dando luogo di tanto in tanto a grandi polle d’acqua limpida dove si poteva pescare. Un paesaggio tanto idilliaco da dare alla zona il nome di Aguas Belas.

Negli anni 50 iniziò la costruzione del complesso idroelettrico di Paulo Alfonso, oggi il secondo del paese per produzione di energia. Il cambiamento climatico, nel corso dei decenni ha fatto il resto. Oggi Aguas Belas sembra un nome messo lì per fare un po’ di macabra ironia. Le antiche idilliache polle d’acqua sono scomparse per lasciare il posto ad avvallamenti terrosi ricoperti da poca secca vegetazione. I Fulni-ô non possono più pescare e anche gli altri animali cacciabili sono via via scomparsi. Le poche polle di acqua sudicia rimaste sono invase dai rifiuti riversati dai bianchi. In una di queste aree, dove svolgono rituali periodici per loro molto importanti, hanno dovuto costruire casette in muratura molto semplici poiché le tradizionali ocas, le capanne di paglia e fango, venivano date regolarmente alle fiamme dai fazenderos. Sono sempre loro che bruciano la poca vegetazione rimasta sulle alture vicine, un po’ più verdi, di proprietà degli indios, per creare pascoli per il bestiame.

Di fatto un intero popolo si trova ad essere discriminato e senza troppe vie di uscita per sopravvivere. Nell’ottica dei fazenderos gli indios non fanno niente dal mattino alla sera e, anziché utilizzare produttivamente il territorio, prendono quello che c’è e basta. D’altra parte, l’atteggiamento degli indios è più ecologico, mentre gli allevatori sfruttano il terreno all’inverosimile, trasformandolo irreversibilmente. Di fatto l’uomo bianco, dal punto di vista degli indigeni, è un invasore. I bianchi, a loro volta, non hanno mai accettato la presenza e il modo di vivere degli indios. Ne parlo a questo link sul mio blog personale: Terroristi europei.

La cultura indigena non ha mai prodotto la benché minima ombra di rifiuto non biodegradabile. Ancora una volta, come sempre sono la mancanza di dialogo ed educazione che creano situazioni che possono diventare addirittura letali, visto che gli scontri tra bianchi e indigeni avvengono ancora di tanto in tanto. Senza contare che la situazione nell’aldeia è drammatica visto che gli indigeni devono fare i conti con la sopravvivenza in un ambiente abbondantemente degradato.

Gli unici che dovrebbero prendersi la responsabilità di dirimere la situazione sono i governi locali e il governo federale che con il Funai, dovrebbe occuparsi della questione indigena. Inutile dire che, oltre a fare per lo più gli interessi del governo e dei bianchi, il Funai pullula di corrotti. Alla fine, ne fanno le spese tutti. Il territorio, un tempo magnifico, viene distrutto, i diritti umani non sono rispettati, tradizioni antiche e millenarie che sarebbero utili non solo sul piano spirituale, ma anche del turismo culturale responsabile vengono buttate nel cesso. I ricchi fazenderos andranno avanti tranquilli per un po’, ma prima o poi il cambiamento climatico si abbatterà anche sulla loro gobba.

Tutto per creare un mondo pieno di macchine e centri commerciali tirati a lucido e illuminati a giorno, uguali in tutto il mondo, al di fuori dei quali ci sono ancora i mendicanti e i bambini di strada.

È meraviglioso il nuovo che avanza.