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Siria, Kerry: “Assad non ci prenda per scemi o inviamo truppe di terra”. Ankara e Riad pronte ad attaccare

Tensione alla conferenza di Monaco. Segretario di Stato Usa: “Regime rispetti cessate il fuoco”. Scontro Parigi-Mosca sulle bombe russe. Medvedev: “E’ nuova guerra fredda”

“Se il presidente siriano Assad non terrà fede agli impegni presi e l’Iran e la Russia non lo obbligheranno a fare quanto hanno promesso, la comunità internazionale non starà certamente ferma a guardare come degli scemi: è possibile che ci saranno truppe di terra aggiuntive”. Il segretario di Stato Usa John Kerry prende in considerazione l’ipotesi dell’invio di uomini in Siria, massacrata da una guerra civile che dura ormai da cinque anni. Un’ipotesi che potrebbe verificarsi nel caso in cui non venisse rispettato l’accordo sul cessate il fuoco.

E anche la Turchia non esclude l’invio di truppe di terra e si dice pronta ad affiancare l’Arabia Saudita. “Spieghiamo in tutti gli incontri della Coalizione che serve una strategia ampia – ha detto il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu-. Se questa verrà adottata, noi come Turchia e Arabia Saudita, potremo unirci in un’offensiva di terra”. In ogni caso, secondo Kerry, il conflitto in Siria è “a un punto di svolta”, perché “le decisioni delle prossime settimane potrebbero significare la fine o l’inasprimento del conflitto”.

Kerry ha però anche intimato alla Russia di smettere di bombardare l’opposizione siriana e i civili, bersaglio della “maggior parte” dei suoi attacchi. Ed è proprio il Cremlino a non credere al successo del cessate il fuoco. Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, è convinto che la tregua abbia il “49%” di possibilità di successo. La colpa? E’ proprio dell’opposizione siriana, che avrebbe violato la risoluzione Onu avanzando precondizioni per le negoziazioni con Damasco. “Parte dell’opposizione – ha spiegato – sta ponendo precondizioni e ultimatum per iniziare il processo negoziale e sta cercando di dividere il gruppo internazionale di sostegno alla Siria“. Poi ha lanciato un pesante avvertimento agli Stati Uniti: se non saranno istituite linee di comunicazioni “oneste” e stabili, su base “giornaliera, se non ora per ora” tra l’apparato militare russo e quello americano, gli accordi sul cessate il fuoco in Siria e sull’assistenza umanitaria “non potranno essere messi in pratica. Se gli Usa fanno marcia indietro ora – ha concluso – si assumeranno una responsabilità colossale”.

Francia contro Russia: “Basta bombardare i civili” – Le accuse contro Mosca sono l’oggetto principale dello scontro alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, dove il premier francese Manuel Valls ha sottolineato quanto sia reale il rischio di attentati terroristici in Europa. Che ci saranno e saranno “grandi”. Parigi ha puntato il dito contro il Cremlino, “colpevole” di bombardare i civili in Siria. Tutte accuse respinte dal primo ministro del Cremlino Dmitri Medvedev, nonostante l’insistenza del premier francese. “La Francia rispetta la Russia e i suoi interessi – ha detto Valls in un discorso l’esponente del governo di Francois Hollande, alla conferenza sulla sicurezza a Monaco di Baviera – ma sappiamo che per trovare nuovamente la via della pace, i bombardamenti russi devono cessare”.

Dichiarazioni a cui Medvedev fa scudo con parole pesantissime: “Siamo in una nuova guerra fredda, le relazioni fra Ue e Russia sono deteriorate”, ha detto, attaccando nuovamente le sanzioni che “non portano da nessuna parte” e che “peggioreranno solo la situazione”. Tuttavia per il presidente ucraino Petro Poroshenko “non sono una punizione, ma l’unico modo per tenere la Russia al tavolo”. Il Cremlino contesta gli attacchi francesi ed esclude categoricamente un eventuale intervento in Siria: “Non c’è alternativa al dialogo internazionale, non possiamo permetterci una nuova Libia, un nuovo Afghanistan o un nuovo Yemen“.

Contro la Russia interviene anche il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, che minimizza le minacce del Cremlino. “La retorica russa e le sue manovre militari – ha dichiarato – servono a spaventare i vicini e a seppellire la fiducia nella stabilità in Europa. Nessuno – ha aggiunto – dovrebbe pensare che si possa ricorrere a delle armi nucleari all’interno di un conflitto convenzionale. Questo – ha concluso – modificherebbe completamente la qualità del conflitto“.

Valls: “La battaglia al terrore durerà a lungo” – Lo scontro sulla Siria e i bombardamenti sui civili segue le considerazioni di Valls sulla minaccia del terrorismo, che riguarda molto da vicino l’Europa. Si tratta di una “minaccia mondiale”, che “non diventerà minore, anche se noi lo vorremmo”, ha proseguito. Per il primo ministro francese “siamo in una guerra perché il terrorismo ci combatte” e, soprattutto, “ci saranno altri attacchi e grandi attentati, questo è certo”. Una minaccia a cui deve fare fronte l’Europa perché “se non mostra di poter rispondere non solo alle sfide economiche ma anche a quelle di sicurezza, allora il progetto europeo sarà finito, perché la gente non lo vorrà più”.

L’allarme di nuovi attentati era stato già lanciato a gennaio da Europol, che aveva spiegato come tutti i Paesi europei fossero coinvolti nella prevenzione. Ma in particolare, aveva spiegato il direttore dell’Agenzia anticrimine europea Rob Wainwright, la Francia era ed è il Paese più a rischio. Di fatto, da Charlie Hebdo agli attentati di Parigi di novembre, è stato bersaglio di numerosi attacchi da parte dei terroristi islamici. E ad entrare in azione sono stati kamikaze e killer con cittadinanza francese o belga, che in molti casi avevano trascorso un periodo in Siria per l’addestramento militare.

“La battaglia al terrore durerà a lungo, forse un’intera generazione“, ha detto ancora Valls, convinto di quanto sia necessario trovare strategie contro la radicalizzazione: “Esiste questa fascinazione ideologica, ci sono migliaia di estremisti in Francia, anche tante donne”. Un riferimento ai foreign fighters che trova riscontro nelle cifre fornite da Soufran Group, società di intelligence privata americana, secondo cui in Siria e Iraq sono presenti tra i 27 e i 31mila combattenti stranieri, contro i 12mila di 18 mesi fa. I più numerosi sono i tunisini, seguiti da francesi, tedeschi, britannici e belgi. E i francesi sarebbero circa 1.700.