Società

Gabriele Morleo e l’arte che torna a raffigurare il conflitto sociale

Apre i battenti il prossimo 14 febbraio a Palazzo Caetani a Cisterna di Latina “La Macchina Mondiale”, che mette in mostra le ultime opere di Gabriele Morleo, poliedrico artista pugliese di ispirazione gramsciana, in grado di far rivivere lo spirito critico di Pasolini oltre che dell’intellettuale sardo.

Incorniciate dagli affreschi dei fratelli Zuccari, cui sembrano quasi fare da cinico controaltare, le due maxi-installazioni proposte da Morleo – ‘Il posto delle fragole’ e ‘Finale di partita’ – ripercorrono le pagine più buie della storia mondiale. Cercano di ricostruire e restituire l’identità alle troppe vittime delle stragi che la storia ha trasformato in numeri senza volto, in mere cifre spersonalizzate: Caiazzo, Ustica, Cermis, il canale di Sicilia, Oslo, nella memoria dei più trasformate in lutto collettivo di morti senza nome né storia, sono pezzi monocromi di un puzzle spersonalizzato.

Ogni tessera è una vittima, una storia, un mondo, cancellato dal gelido concetto aziendale del bilancio delle perdite. Ricomposte, le tessere compongono il disegno di quel “Romanzo delle stragi” che, pasolinianamente aspira, a rimettere insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero quadro politico.

Si tratta di uno scenario viziato dalla narrazione ideologica e falsa che ha provato in ogni modo a raccontare un mondo in cui il conflitto di classe non esiste più, la classe stessa si è liquefatta in un unico indistinto, tribale magma sociale. L’epoca schiusasi con la funesta data del 1989 ha inaugurato quella grande narrazione, gravida di ideologia, che ha uno dei suoi nuclei portanti nell’assunto secondo cui la lotta di classe sarebbe finita. Con tale asserto, in verità, si nasconde ideologicamente la persistenza del conflitto classista e dello sfruttamento, della sempre crescente disuguaglianza e, soprattutto, della riduzione del Servo a polo passivo, che subisce in silenzio.

Contro le retoriche dominanti, occorre allora ribadire che, lungi dall’essersi estinta, la lotta di classe si è ridisposta nell’inedita forma del massacro di classe: il Signore sta gestendo unicamente il conflitto, il quale si dà oggi come ‘rivolta delle èlites’ (C. Lasch). Il Signore in rivolta si sta riprendendo tutto, a partire dai diritti sociali e dalle garanzie guadagnate un tempo dal Servo sul campo di battaglia.

È questo il ‘Finale di partita’ immaginato e realizzato da Morleo come una scacchiera gigante – omaggio all’esplorazione artistica di Marcel Duchamp – su cui si muovono le pedine delle classi sociali, rappresentate solo dai propri abiti o arnesi, vestigia ultime di un’identità che non sanno più o non vogliono più rivendicare. Re e regine, uniche figure antropomorfe della scacchiera, immobili, increduli si guardano, cristallizzati nel rimanere fedeli a se stessi.

Il tema magnificamente rappresentato da Morleo è la diserzione, lo sciopero, la rinuncia alla guerra da parte del Servo. Tra arte e filosofia, la mostra affronta i conflitti sopiti del presente interrogando il passato ed i suoi errori, declinati nell’unico linguaggio che oggi sia in grado di attraversare e probabilmente risolvere il divorzio sociale della classe dalla sua idea di sé. Le due maxi-installazioni di Morleo sono la chiave interpretativa di un mondo che si vuole raccontare come caos, ma tale non è. Le opere – in mostra fino al prossimo 21 febbraio – sono espressione di un percorso che dà fortemente voce alle istanze gramsciane e marxiane del conflitto e della resistenza nel mondo dell’insensatezza divenuto unico senso.