Cultura

‘Mumble mumble’ di Emanuele Salce: la dura vita dei figli d’arte

Non è difficile diventare padre. Essere un padre: questo è difficile” (Wilhem Busch)

Tutto ciò che un figlio può aspettarsi da un padre è che sia presente al concepimento” (Joe Orton)

Dura la vita dei figli d’arte. Dura superare un grande padre se si sceglie lo stesso settore. Qualcuno ricorda le gesta del figlio di Venditti o di quello di Morandi? Persi nel dimenticatoio di piccoli esperimenti di cinema e teatro. Si prova a fare la stessa cosa che facevano i genitori perché sembra la più naturale, forse la più facile. La via è già battuta, mettiamoci nella corrente. Certamente, almeno all’inizio le porte sono aperte. Spalancate. In Italia, il cognome conta eccome. Alessandro, seppur acclamato, non ha ripetuto le imprese di Vittorio Gassman come Gianmarco non è stato tanto grande quanto Ugo Tognazzi. Vogliamo parlare delle figlie di Celentano, Rosita e Rosalinda? Per questi sconosciuti figli di famosi è disponibile qualche reality o apparizione televisiva, più lacrimevole è meglio è, a far mostra di sé, a ricordare padre o madre importanti, noti, riconosciuti, ammirati, amati. Lo scarto risalta sempre agli occhi. Anche Alberto Angela paga lo scotto del capostipite Piero.

Non deve essere facile sopportare il peso che ogni giorno tutto il mondo ti fa sentire addosso al solo pronunciare il tuo cognome. Che pare una condanna, un’investitura, un lascito. Si aspettano molto e, dopo essere entrato dalla porta principale e, la maggior parte delle volte, senza aver fatto la necessaria gavetta, non sono più disposti a perdonarti. Il tiro al “figlio di” è sport facile. Da bar e rotocalchi. E Nike la figlia di Ornella Muti più famosa per le sue provocazioni in ambito di sessualità? E Benedetta Mazzini figlia di Mina? E Francesco Facchinetti figlio dei Pooh? Ne ricordiamo i tatuaggi. George Bush ha raggiunto il padre alla Casa Bianca anche se il ricordo del junior è offuscato dalle mille incapacità e inopportunità occorse sotto la sua presidenza e sarà ricordato solo per l’11 settembre. Claudio Amendola si è difeso nel confronto con il padre Ferruccio. Sofia Coppola è riuscita a non soccombere nel paragone con Francis Ford. Giovanna Mezzogiorno e Violante Placido non hanno eguagliato i rispettivi Vittorio e Michele. Christian De Sica, pur essendo un ottimo professionista, non può essere certamente messo sullo stesso livello di Vittorio, così come Luca De Filippo con Eduardo, Jacopo Fo con Dario, Gianluca Guidi con Jhonny Dorelli. Chi è stato migliore Davide De Zan o il mitico Adriano? Tutti sanno la risposta. Paragonare Cristiano De Andrè con Faber sfiora la bestemmia.

Stefano Bartezzaghi è stato all’altezza del padre Piero, enigmista. Paolo Maldini invece ha superato il padre Cesare. Un’eredità ingombrante che il più delle volte affossa. Sangue del mio sangue, carne della mia carne. E’ un processo naturale quello adolescenziale della metaforica “uccisione del padre”, sana e utile per la crescita dell’individuo, ma qui c’è da ammazzare l’uomo e da accoppare la sua aurea, freddare la sua nomea eterna: praticamente impossibile liberarsene. La cosa migliore è prenderla con filosofia, convivendoci con una risata stemperante, sdrammatizzante.

Father and son, cantava Cat Stevens prima di chiamarsi Yusuf Islam. “Figli di” che pare un’offesa. Pensa se i padri celebri da impacchettare nel passato non sono uno, che sarebbe sufficiente e bastante, ma addirittura due, il compito è arduo, pericoloso, scivoloso. Emanuele Salce porta il cognome della genetica, Luciano, e la crescita nella famiglia Gassman. Due padri monstre. Pensieroso e fumettistico, serio e altamente faceto il “Mumble, mumble” con il quale racconta questa sua particolare condizione, privilegiata e gravosa.

Salce lo fa come se fosse ad una prova, e non a caso parte da Dostoevskij emblema di ripensamenti e laceranti domande interiori, con un regista (Paolo Giommarelli puntuale che stereotipizza con slanci e voce morbida il teatrante cerebrale e impegnato) che entra ed esce dalla scena, non kantoriano ma comunque ingombrante, che sale e scende dal palco (forse proprio l’immagine del doppio padre che non lo molla) aiutato dal bastone della prosopopea, della supponenza e dell’alterigia. Come il ricordo dei padri non lo abbandona dopo la loro scomparsa, così le loro assenze erano palesi e visibili durante la loro esistenza. L’artista pubblico nel suo privato, la maggior parte delle volte, rimane egocentrico, nell’anticamera dell’anaffettività. Mumble, mumble era il suo soprannome, nomignolo per identificare il suo timore nel parlare, la sua timidezza per paura d’essere redarguito con “l’unico talento di diventare invisibile”. Il “nostro” è Paperino e Willy il coyote, è Calimero, è Gatto Silvestro, è Roger Rabbit. Desideroso di essere accettato, insicuro, schiacciato, provato perché i grandi artisti non è detto che siano anche grandi uomini.

“In eterno mi avrebbero paragonato”, “Ero portatore sano di un handicap”. Questo Mumble è una psicoanalisi collettiva che ci porta nell’infelicità e nel cinismo, nella solitudine e nell’isolamento, nell’emarginazione e nella freddezza, nell’impassibilità e nell’indifferenza, nell’apatia e nel disinteresse attraverso due momenti epocali: l’89 la morte di Salce senior (ma anche la caduta del Muro di Berlino) e il 2000 la morte di Vittorio Gassman (l’entrata nel nuovo millennio). Date corpose, piene di significati. Si sente piccolo tra i giganti compresso tra responsabilità e disagio, senso di colpa e paura di deludere.

All’esplosività estrosa e spassosa che mette nel racconto dell’esposizione del feretro casalingo, dove interpreta tutte le voci di corridoio e di contorno delle mille figure sospese come avvoltoi attorno alla famosa carcassa, fanno da contraltare stilettate dolci e soffuse, tenere carezze di abbracci mancati, sensibili tocchi, gocce di memoria con aplomb e umanità, distacco e amore. Le vere voci dei due padri altisonanti riprese dalla segreteria telefonica fanno brividi, stordimento, palpiti. Che mumble è pensare e non ripensarci incarognito, è riflettere e non rimuginarci con livore. L’ansia da prestazione del carico dei due cognomi che lo hanno segnato è stato esorcizzato. Né al rancore, né all’astio, né al veleno; rimane solo la maturità, umana e artistica. Un atto d’amore. E l’amore non è mai tardivo.

Visto al Teatro del Sale, Firenze, il 26 gennaio 2016.