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Spagna, Rajoy verso incarico. Prove di alleanza Psoe-Podemos. Iglesias al re: “Noi pronti a governo di cambiamento”

Il re vede i leader dei tre partiti principali. Il Psoe e il partito guidato da Iglesias provano a mettere insieme una coalizione con sinistra e baschi. Ma il problema resta la Catalogna perché gli "ex indignados" definiscono il referendum sull'indipendenza "imprescindibile"

Sarà il giorno decisivo. Oggi il re Felipe VI chiude il giro di consultazioni con i tre partiti più importanti della futura legislatura spagnola: il partito popolare, il partito socialista e Podemos. Nelle ultime ore Mariano Rajoy ha fatto sapere pubblicamente che presenterà la sua candidatura per formare il governo. E con buona probabilità il re sceglierà proprio il premier uscente, come da protocollo. Ma in molti, tra gli analisti, credono già che difficilmente Rajoy riuscirà a ottenere il numero di seggi necessari per tornare a guidare il Paese. Crescono, infatti, le quotazioni del leader socialista. Pedro Sànchez sta lavorando a una coalizione con Podemos, Izquierda Unida e con i nazionalisti moderati baschi del Pnv, che gli garantirebbe 167 voti su 350 nel Congresso dei deputati. Pp e Ciudadanos (123 e 40 seggi) voterebbero contro. Sanchez avrebbe però bisogno anche dell’astensione degli indipendentisti catalani e baschi, oltre che dell’unico deputato delle Canarie per superare al secondo turno con una maggioranza relativa un voto d’investitura.

Iglesias al re: “Serve un governo di cambiamento”
La questione sembra ora ancora più realistica dopo il colloquio tra il leader di Podemos, Iglesias, e il capo di Stato. Iglesias ha detto al re di essere disposto a un patto delle sinistre con socialisti e Izquierda Unida con lui nel ruolo di vicepresidente di un governo guidato da Sanchez. Ha parlato di un gobierno del cambio, un governo del cambiamento: “Abbiamo deciso di prendere quest’iniziativa e fare un passo avanti. In questo momento non ci sono mezze misure. O si è per il cambio o per l’immobilismo e il blocco”. A un’ultima domanda in conferenza stampa, peraltro, Iglesias ha anche detto che “per entrambi (per lui e per il re, ndr) un ritorno alle urne sarebbe la cosa meno desiderabile”.

Il problema resta la Catalogna
Il problema, certo, si chiama Catalogna. Un accordo tra i socialisti e Podemos sembra creare malesseri a destra e a manca. Il movimento di Pablo Iglesias sembra smorzare i toni sulla condicio sine qua non di un referendum catalano, ma molti, all’interno del partito, composto da varie frange regionali, non sembrano d’accordo. Irene Montero, portavoce del gruppo parlamentario appena composto da Podemos, Podemos-En Comú e Podem-En Marea (restano fuori quattro deputati valenciani di Compromís) ha già detto che “il referendum è una proposta imprescindibile“. Dall’altro lato una buona fetta del partito socialista – come i cosiddetti baroni guidati dall’andalusa Susana Díaz – invoca l’unità del Paese. E non appoggia un’alleanza con Podemos.

E l’intesa con i socialisti parte dai tagli a (qualche) privilegio)
Frattanto, a pochi giorni dalla distribuzione dei seggi, i partiti sembra non trovarsi d’accordo nemmeno sull’atteggiamento da prendere nei confronti dei molti privilegi concessi dal Congresso. In barba alla trasparenza invocata e agli sprechi della politica che hanno indignato i cittadini, soprattutto in questi anni di crisi, i popolari continueranno ad usufrure di auto blu, paghe extra e indennità considerevoli. Il Psoe invece limiterà l’utilizzo dei veicoli ufficiali anche se il leader dei socialisti ha messo in chiaro che nella nuova legislatura i deputati dovranno rinunciare all’esercizio professionale di altre attività extra-parlamentari e “dedicarsi esclusivamente” all’attività parlamentare. In mano ai nuovi parlamentari di Podemos resteranno invece solo gli iPhone e gli iPad che la Camera consegna a ciascun deputato.

Il codice etico che il movimento di Iglesias aveva già sperimentato nel 2014, quando per la prima volta la formazione entrava al Parlamento europeo, è stato introdotto anche alla sede de Las Cortes: “Tutti i deputati della formazione dovranno rinunciare a privilegi come le auto blu, pensioni da extra-parlamentare, l’indennità di 3mila euro per i taxi o il pagamento dell’Adsl nella propria casa per chi fuori dalla propria residenza, così come limitare sia gli stipendi sia i rimborsi ricevuti per alloggio e spese correnti”. Insomma i 69 deputati si autolimiteranno lo stipendio a 1950 euro al mese. I 4500 euro in più – che non possono per legge essere rispediti allo Stato – andranno a ingrossare le casse del partito. Inoltre, per chi arriva da fuori Madrid, ci sarà un tetto massimo di spesa fissato a 850 euro (tra vitto e alloggio), invece che di 1820 euro, come fissato dalla legge. Un no ai veicoli ufficiali arriva anche dai deputati di Ciudadanos, che rinunciano a farsi pagare internet nel proprio domicilio. Tutto il resto, anche per loro, resta inalterato.

Twitter @si_ragu