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Terrorismo in Israele e l’ossessione dell’autenticità

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Esiste un terrorismo interno a Israele? La domanda può risultare strana, abituati come siamo a parlare per motivi evidenti del terrorismo di matrice islamica o palestinese. Eppure anche Israele sembra dover fare i conti con un fenomeno del genere. Una delle più recenti dimostrazioni di quanto stiamo dicendo, confortati dalla stampa internazionale, è stato l’incendio doloso di una casa nel villaggio di Douma in Cisgiordania nella notte del 31 luglio scorso. Una tragedia che ha provocato la morte di tre palestinesi.

Dopo cinque mesi di inchiesta è stato individuato il principale responsabile del misfatto, Amiram Ben-Uliel, colono di 21 anni e figlio del Rabbino Reuven, oltre che ad essere amico intimo di Meir Ettinger, il nipote del Rabbino Meir Kahane, una delle figure chiave del gruppo della “Rivolta”, movimento ritenuto responsabile di una serie di attentati terroristici.

Quest’ondata di violenza si configura in realtà come la punta dell’iceberg di una situazione già incancrenita da numerosi casi di aggressioni o di lesioni ai beni palestinesi in Cisgiordania da parte di coloni. Ma quale è l’elemento di novità rispetto al passato? Per la prima volta dalla fondazione dello Stato di Israele, lo Shin Bet – il servizio di Intelligence interno israeliano- avrebbe adoperato i cosiddetti “metodi speciali” – ossia l’uso della tortura per estorcere informazioni – contro gli ebrei, come scrivono i giornalisti Yoav Zitun ed Elisha Ben Kimon su ynetnews.com.

La decisione di utilizzare i metodi speciali ha acceso il dibattito interno israeliano, tra chi ha espresso solidarietà nei confronti dei giovani coloni accusati, e chi ha invece giustificato e appoggiato i metodi speciali perché di fronte ad uno stato di emergenza.

Lo Shin Bet – da parte sua – giustifica i metodi speciali, sostenendo – nel caso specifico – che il gruppo definito “La Rivolta” costituisce un vero pericolo per lo Stato, perché ha tra gli obiettivi l’istituzione di un regno messianico che sostituisca lo Stato attuale, l’espulsione dei non ebrei e l’uccisione dei palestinesi.

Come già accennato in precedenza, il leader di questo gruppo è Meir Ettinger, nipote del rabbino Meir Kahane, deputato della Knesset e fondatore del partito Kach, poi vietato dalla legge nel 1994 per i suoi fondamenti razzisti.

E’ interessante a mio avviso la recente dichiarazione su Le Monde di Shlomo Fischer, professore all’università Ebraica di Gerusalemme, che sostiene che il fenomeno di “terrore ebraico” non scaturisce da ragioni meramente criminali. Il professore afferma che questa nuova generazione di coloni, i sedicenti “giovani delle colline”, che vivono nei “blocchi”, gli avamposti illegali della Cisgiordania, hanno una visione della vita “russoniana”, ossia di integrità originaria non alterata dalla cultura.

Questo distacco dalla società si evince dai comportamenti di rottura che esibiscono nei confronti dello stile di vita degli israeliani delle città. Portano una kippah di panno ruvido perché vogliono dimostrare che il simbolo religioso che essa rappresenta non deve essere sottoposta ad una logica consumistica. Questi giovani estremisti spesso provengono da famiglie della piccola e media borghesia, generalmente abbandonano gli studi e vivono negli avamposti illegali della Cisgiordania. Lo Shin Bet, a seguito delle inchieste, è riuscito a definire meglio la loro organizzazione. Si tratta di cellule piccole e indipendenti tra loro che svolgono attività clandestine. Sempre secondo Fischer, questi giovani coloni riconoscono l’autorità religiosa non ai rabbini, considerati corrotti e venduti, bensì agli attivisti dei gruppi o dei movimenti estremisti.

Ma c’è di più. Un parallelismo interessante che pone Fischer e su cui bisognerebbe riflettere. Si tratta dell’ “ossessione dell’autenticità” che accomuna questi giovani coloni, figli e nipoti dei primi coloni israeliani che hanno affrontato le asperità dei territori, con quei giovani europei di origine araba (e non solo) – di seconda o terza generazione –  che si arruolano volontariamente nelle fila dell’Isis. Come l’Isis odia i governi arabi considerati impuri, queste nuove generazioni di coloni non rispettano l’autorità statale e anzi vorrebbero annientarla a favore del regno messianico di Giuda, proponendosi come l’unica alternativa possibile ad una società israeliana ormai corrotta e troppo indulgente nei confronti delle minoranze.