Mafie

‘Ndrangheta a Torino, teste di maiale mozzate e omertà delle vittime. I boss: “Qui comandiamo noi”

Bische estorsioni i business dei fratelli Crea, fuggiti dalla Calabria per una faida e trapiantati nel capoluogo piemontese dal 2001. La macabra intimidazione a un imprenditore che si rifiutava di sborsare 100mila euro per "mantenere i detenuti". Ma nessuna delle vittime ha denunciato spontaneamente

“Lo sapete, no? A Torino comandiamo noi”. Questo è il biglietto da visita con cui i fratelli Adolfo e Aldo Cosimo Crea, 45 e 42 ani, si presentavano alle loro vittime. I due ‘ndranghetisti originari di Stilo (Reggio Calabria), arrivati in Piemonte nel 2001 fuggendo da una faida, sono esponenti del “crimine”, braccio armato dell’organizzazione calabrese in Piemonte, e non sono stati indeboliti dalle operazioni della Dda come “Minotauro” e “San Michele”, ultime in ordine di tempo. Anzi. Dal loro ritorno in libertà tra il 2014 e il 2015 avevano formato un nuovo gruppo con forze fresche, subito impiegate nelle bische clandestine e nelle estorsioni. All’alba di giovedì, però, sono tornati in carcere insieme a Luigi Crea (figlio di Adolfo), a loro cugino Mario e altre 16 persone. Il nucleo investigativo dei carabinieri, guidato dal comandante Domenico Mascoli, li ha arrestati nell’operazione chiamata “Big Bang” su ordinanza del gip Anna Ricci.

Quella frase, pronunciata ai tavoli del “Babylon”, ristorante del centro storico frequentato anche dai calciatori di Serie A, era rivolta a un imprenditore a cui Aldo Cosimo Crea – libero dal febbraio 2014 – chiedeva 100mila euro per mantenere i detenuti. Lo ha raccontato la vittima al sostituto procuratore Paolo Toso. Il 16 ottobre 2014 l’uomo aveva ricevuto a casa una scatola con dentro la testa di un maiale (nella foto): “La prossima volta mettiamo la tua testa”, era scritto nel bigliettino che l’accompagnava. “Ho paura per me e per la mia famiglia ed è proprio per questo motivo che sto cercando di spostare i miei interessi personali, professionali e familiari all’estero”, ha detto l’uomo agli investigatori spiegando le ragioni per cui non voleva denunciare. Anche un commerciante cinese era della stessa idea: “Non volevo fare denuncia – ha detto al pm -, non è nella mia mentalità”. L’asiatico, però, è stato l’unica vittima a presentarsi spontaneamente alle forze dell’ordine dopo un’aggressione fisica.

La paura e l’omertà regnano tra altre vittime. Molti, convocati dagli investigatori con una scusa, hanno negato di aver debiti coi Crea o di aver subito intimidazioni. Si tratta di piccoli commercianti, artigiani, qualche imprenditore, ma soprattutto giocatori d’azzardo spennati nelle bische clandestine, una volta in mano al clan Belfiore (responsabile dell’omicidio del procuratore Bruno Caccia nel 1983) e da anni controllate dai due fratelli: “Il settore del gioco d’azzardo è sempre stato tradizionalmente uno di quelli si è sviluppata l’attività criminale del gruppo Crea”, si legge nell’ordinanza di quasi mille pagine.

Lo avevano già rivelato l’operazione “Poker” del febbraio 2004 e “Gioco duro” nel 2008, in cui il pm Onelio Dodero aveva ipotizzato nei confronti dei Crea l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, derubricata poi dai giudici. Ci aveva visto giusto il pm, ma bisogna aspettare il processo Minotauro (arresti dell’8 giugno 2011) al termine del quale i due fratelli sono stati condannati rispettivamente a 10 anni e 8 anni e 8 mesi per associazione mafiosa in quanto componenti del “Crimine”, struttura incaricata di risolvere i problemi con la violenza.

Nel febbraio 2014, poco dopo la sentenza della Cassazione, Aldo Cosimo torna libero. Adolfo resta in cella per l’operazione “San Michele” del luglio 2013 (quella con la tentata estorsione alla Set Up Live), ma patteggia la pena in continuazione con le precedenti, viene scarcerato nel luglio 2015 e riprende gli affari, mai abbandonati davvero. Dal carcere di Voghera li curava attraverso il fratello oppure per mezzo del figlio ventiduenne Luigi: “È stato il tramite e deve pertanto ritenersi il capo anche della nuova organizzazione”, scrive di lui il gip. Col ritorno in libertà del “capo indiscusso”, però, l’attività era “in costante espansione sotto il profilo della individuazione di nuove vittime, del reclutamento di nuovi soggetti e della individuazione di nuovi ambiti economici di interesse”, annota il magistrato.