Cultura

Argentina, dopo quattro anni cade il divieto di importazione dei libri dall’estero

Tolto il blocco stabilito durante l'era Kirchner per evitare la fuga di moneta all'estero. Giustificato con "l'eccessivo contenuto di piombo" dei volumi stampati fuori dal Paese, il provvedimento non ha impedito all'Argentina di essere il paese latinoamericano con la più alta concentrazione di lettori e librerie

Il nuovo governo argentino dell’era Macri continua nella sua opera di ‘liberalizzazione’ del mercato. Dopo aver eliminato le restrizioni al cambio della moneta nazionale e all’acquisto di dollari, ha ora cancellato il divieto di importazione dei libri stampati all’estero, imposto nel 2010 e implementato dal 2012 dalla ex presidenta Cristina Kirchner, per evitare la fuga di moneta.

Ad annunciare la nuova misura sono stati il ministro della Produzione, Francisco Cabrera, e quello della Cultura, Pablo Avelluto. “L’obiettivo è favorire una maggiore integrazione internazionale dell’industria bibliografica argentina – hanno spiegato in un comunicato – aumentare la ‘bibliodiversità’, dare agli argentini più possibilità di scelta e favorire gli scambi tra l’editoria locale e i mercati internazionali”. In questi quasi 4 anni di blocco – giustificato dall’allora segretario al Commercio interno, Guillermo Moreno, come una misura di carattere ambientale, perché i libri stampati all’estero contenevano una quantità eccessiva di piombo, pericolosa per i lettori – non solo si è ridotta l’offerta di libri disponibili, ma i costi di produzione hanno finito per rendere poco competitiva l’editoria locale. I libri in Argentina infatti sono arrivati a costare in media il 50% in più rispetto a quelli venduti in Brasile e Uruguay e il 27% in più rispetto al Cile. D’ora in poi inoltre gli argentini saranno sgravati dalla pesante burocrazia, che li costringeva ad un pellegrinaggio tra la dogana e l’aeroporto per potersi portare a casa i libri acquistati in viaggi all’estero.

Nonostante ciò e l’inflazione che ha complicato la loro vita, gli argentini in questi anni non hanno abbandonato l’abitudine alla lettura e al partecipare alla famosa Fiera del libro di Buenos Aires, anche se ovviamente in misura ridotta rispetto al passato. Prima del blocco, i libri in Argentina erano così economici che addirittura venivano dal Cile e dal Perù per fare acquisti e tornare a casa con un bel rifornimento. Dal 2010 le cose si sono complicate, per il blocco all’importazione da mercati importanti come Spagna, Messico e Colombia, e anche per le restrizioni all’acquisto di dollari e l’inflazione. Ma la forza della tradizione e l’abitudine alla lettura, soprattutto per piacere, sembrano aver comunque resistito. Non per niente secondo lo studio World Cities Culture Forum 2014, Buenos Aires è la città con la maggior quantità di librerie per abitante nel mondo. Solo nella capitale federale ce ne sarebbero 25 ogni 100mila abitanti, lo stesso numero di Hong Kong. Il Paese può contare inoltre su 740 case editrici e più di 128 fiere del libro, 150 biblioteche pubbliche e più 2mila spazi registrati alla Commissione nazionale di biblioteche popolari.

L’Argentina registra la percentuale più alta di lettura di libri nella popolazione (55 per cento), secondo lo studio Cerlac-Unesco del 2012 sull’abitudine alla lettura nell’America Latina, che ha confrontato 7 paesi latinoamericani con la Spagna (che nel 2011 ha registrato un indice di lettura del 61 per cento). Ben diversa la situazione del Cile, che seppure goda di una maggiore stabilità politica ed economica, non vanta storicamente un popolo di affezionati lettori. Secondo lo studio Cerlac-Unesco i cileni registrano uno degli indici di di lettura più alti, con di 5,4 libri letti all’anno (51%), ma a differenza dei loro vicini non leggono per piacere, quanto per obbligo, ragioni accademiche o di lavoro. Legge per ‘svago’ solo il 7 centro, contro il 70 per cento degli argentini e il 47 per cento dei brasiliani. Da sempre nel paese governato da Michelle Bachelet una delle motivazioni addotte alla scarsa affezione alla lettura sta nel prezzo eccessivo dei libro, che è il risultato di tasse troppo alte che gravano sull’intera catena. Ma è anche vero, come rileva Marisol Vera, presidente dell’Associazione degli editori cileni, “che molti, appena guadagnano lo stipendio minimo, se possono spendere dei soldi, lo fanno per comprarsi un cellulare da 250 euro, o scarpe o camicie sportive da 50 euro. Più che il prezzo, è un problema culturale”.