Cultura

La questione più che altro, Ginevra Lamberti racconta l’antropologia del nuovo precariato

La giovane scrittrice racconta un’intera generazione cerca a piccoli passi di darsi un senso e un’identità in un tempo in cui molti sono i riferimenti smarriti

Siamo nel dopostoria“, scriveva Francesco Maino in quel libro rivelazione che è stato Cartongesso, uscito un anno fa. Con queste parole lo scrittore di San Donà di Piave descriveva la fine di una storia, di un territorio, di un modello economico. Il mirabilante Nordest, quel miracolo industriale capace di produrre ricchezza e benessere, imploso su se stesso a causa di una crisi che ne metteva semplicemente in luce i limiti mai affrontati, lasciandosi alle spalle una coltre quanto mai fitta di nebbia, cemento, capannoni abbandonati e dubbi sul futuro. Prova ne sia che i due libri più importanti pubblicati da queste parti negli ultimi anni rinunciano entrambi all’uso di una narrazione vera e propria, sono libri della crisi anche nella forma, nel loro affrontare i fatti di un territorio in modo obliquo, non diretto.

Maino con una lunga invettiva di 200 pagine, che regge perfettamente grazie alla scrittura eccezionale, ma in cui la storia non c’è; e poi il bellissimo Perciò veniamo bene nelle fotografie, romanzo in versi con cui Francesco Targhetta ritrae una gioventù impotente, immobile, incapace di agire, anche narrativamente. Ora la meritevole Nottetempo, sempre attenta alle nuove leve della narrativa in Italia, pubblica La questione più che altro, romanzo d’esordio della scrittrice trentenne Ginevra Lamberti. In qualche modo questo libro rappresenta un primo passo verso una narrazione nuova, è un tentativo di ripartire cercando di raccogliere i frammenti di questa storia esplosa. Lamberti descrive quella che è l’antropologia del nuovo precariato, di chi è laureato magari con ottimi voti e passa da un lavoretto all’altro, senza che nulla sia mai definitivo, senza che i soldi bastino mai. Tutto questo raccontato come se fosse una piccola fiaba, dando un’enorme attenzione alla forma, “cosa che ho derivato, oltre che dal grande interesse verso la letteratura russa, che ho potuto studiare molto, anche da un movimento italiano come quello dei “Cannibali” degli anni ’90 e da un autore come Paolo Nori, tuttora tra i miei preferiti”.

Un’intera generazione cerca a piccoli passi di darsi un senso e un’identità in un tempo in cui molti sono i riferimenti smarriti. E l’incertezza identitaria dei protagonisti si riflette come in uno specchio in un paesaggio confuso, dove è sempre più difficile trovare appiglio, riconoscere radici. Il Nordest, che è ormai un brand piuttosto che un territorio, è diventato inospitale, un posto in cui è difficile stabilirsi e fare progetti (e la notevole foto in copertina di Margherita Morgantin ne rappresenta tutto lo straniamento). La bella valle circondata dal bosco “permeata dalla morte civile”, Mestre che incarna la quintessenza della periferia, Venezia resa disabitata dall’abbandono degli autoctoni eppure eterno soggetto per le foto ricordo dei turisti. Gli stessi luoghi che il libro descrive rivelano la provvisorietà di chi è costretto a muoversi in un limbo eterno in cui si mescolano i problemi della vita privata e la continua ricerca del lavoro, sogni che si allontanano e amori ovviamente complicati, coinquilini dalle strane abitudini e lutti che mettono in evidenza soprattutto l’impotenza di chi li subisce. “Senza mai perdere l’ottimismo però» precisa Lamberti, «e il tono leggero di questo romanzo serve a dire anche questo. Di ineluttabile nella vita esiste solo una cosa. Tutto il resto si può superare, è bene non dimenticarcene”.