Società

Checco Zalone e la tristezza del suo umorismo

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Con mia moglie non abbiamo mai scelto di vedere al cinema un film di Zalone. C’era sempre stato qualche altro spettacolo che ci attirava maggiormente e, sinceramente, avevamo un pregiudizio negativo ritenendo che fosse il solito cinepanettone infarcito di battutacce. Per caso una sera di alcuni mesi orsono hanno proposto sulla tv generalista l’ennesima replica di “Sole a catinelle” e l’abbiamo visto. Ci è parso più gradevole di quello che ci saremmo aspettati, con battute allegre e una trama accattivante.

Ieri amici ci hanno proposto di andare a vedere “Quo vado?” ma, anche per precedenti impegni, abbiamo declinato l’invito. Sono convinto che se andassimo a vedere questo film per quell’oretta ci divertiremmo. E allora perché no? Forse perché il divertimento durante la programmazione del film lo sconteremmo nei giorni successivi con un leggero senso di tristezza. Questi film in cui vengono messe in mostra le miserie dell’essere umano per poi riderci sopra, in cui i vizi tipici dell’italiano vengono raccontati con tono scanzonato sul momento fanno ridere e offrono una sorta di autoassoluzione in cui attraverso l’umorismo come affermava Freud “l’uomo mostra di essere superiore alle sue miserie”. Freud citava la battuta del condannato a morte che viene portato alla forca di lunedì ed esclama: “Comincia bene questa settimana!”. Con questa battuta si mostra superiore alla sua sorte che però immancabilmente poi si compie.

L’umorismo compare perché la pena, che saremmo portati a provare, viene mitigata e ci viene risparmiata dalla capacità di quest’uomo di essere in grado di trascendere le sue miserie. Subito dopo però torneremo a provare sofferenza per l’esecuzione della condanna.

Anche nel caso dei vari comici italiani che negli anni hanno impersonato l’Italiano medio furbetto, cialtrone, menefreghista opportunista raccontandone i vizi e ridendo delle sue miserie c’è un effetto catartico. Nei film spesso il protagonista ha un momento di riscatto in cui riesce a liberarsi dai suoi vergognosi comportamenti con un gesto quasi eroico.

Quando però, finito il film, nei giorni successivi incontriamo nella vita reale gli stessi personaggi che mettono l’auto in doppia fila o nel posto destinato all’handicap, che si fanno raccomandare, che usano le tutele del posto fisso per abusarne ecco che dentro di noi ricompare la triste constatazione che nulla è cambiato e nulla cambierà.

Forse addirittura questi film offrono all’Italiano che prende la bustarella o che salta con un sotterfugio la fila una sorta di alibi perché c’è l’identificazione collettiva col protagonista-eroe. L’ironia e la comicità lungi dal condannare le sgradevolezze italiche diventano paravento dietro a cui nascondersi per continuare nei comportamenti riprovevoli. La retorica del buon cuore che supera le difficoltà è auto indulgente e permette di glissare senza prendere coscienza delle proprie manchevolezze.

E’ per questa costatazione che questi film se da un lato fanno ridere per un’oretta lasciano, almeno in me, nei giorni successivi una lieve tristezza.