Cultura

Premio Scenario tra vincitori e vinti: ecco l’ultima edizione

Homologia

I “giovani” sono questa categoria fluttuante e flessibile, nella quale, teatralmente parlando, sguazzare, approfittare di politiche ad hoc, premi ad hoc, sostegni ad hoc. Conta l’anagrafe e non la progettualità o la qualità. Molti giovani premiati, incensati e spinti, fanno comodo a tutti gli under 35, anche nell’ottica della nuova riforma ministeriale, poi non mantengono le premesse e le aspettative, troppo alte o già farraginose al loro concepimento e nascita. Il “Premio Scenario” è nato nell’87, raccoglie attorno a sé 40 soggetti e strutture teatrali, è alla sua quindicesima edizione, biennale alternandosi con lo “Scenario Infanzia” ed affiancandosi al “Premio Ustica” che privilegia temi sociali.

Da qui, nelle ultime edizioni, sono passati, tra i molti che poi non hanno lasciato alcun segno e traccia, anche nomi che, al contrario, arrivati alla fase finale, hanno, e stanno avendo, un peso nel panorama drammaturgico nostrano: da Emma Dante e Davide Enia, Roberto Corradino e Silvia Gallerano, Gli Omini e Isabella Ragonese, Teatro Sotterraneo e Babilonia, Marta Cuscunà e Daniele Timpano, Teatro Minimo e Gianfranco Berardi.

Scouting, palestra, messa alla prova. Quest’anno sono arrivati, alla giuria composta dai fissi Cristina Valenti e Stefano Cipiciani, e i variabili Serena Sinigaglia, Silvia Bottiroli, Antonio Calbi, circa 150 progetti, prima sulla carta, poi con il secondo step da 20 minuti e la fase finale con i quattro progetti vincitori, le due menzioni più lo “Scenario” e l’“Ustica”, portati ad un’ora di lavoro (che molte volte è un allungare il brodo che sfibra il concetto iniziale e il plot di partenza). Tra i quattro lavori selezionati due hanno colpito, per motivi lontanissimi, e due non hanno coinvolto la platea (“Pisci ‘e paranza” di Mario De Masi e il primo classificato “Mad in Europe” di Angela Demattè, dei quali non parleremo qui).

Foto di Cristiano Proia

Partendo da “Gianni”, a nostro avviso vincitore morale dell’intera rassegna, di Caroline Baglioni, umbra che si è già distinta con La Società dello Spettacolo e con Antonio Latella. Una genesi toccante, uno sviluppo coinvolgente, un dipanamento commovente. La realtà che s’intreccia pesantemente con la finzione drammaturgica, con risvolti poetici e difficili da digerire, macigni da portare sulle spalle, mattoni da ingoiare. Dieci anni fa Caroline ritrova le cassette, come “L’ultimo nastro di Krapp” di Beckett, che lo zio paterno registrava nei suoi deliri in macchina. L’attrice, con inflessione perugina e maschile, camminando in equilibrio precario e mettendo a rischio le caviglie su un letto di scarpe (il viaggio, il percorso, la vita, ma anche il primo elemento-accessorio- vestiario che i defunti perdono ad esempio in un impatto, come se le scarpe fossero quel qualcosa che serve ad andare, mentre il morto ormai sta, senza più passi da compiere), riporta le parole dello zio.

La drammaturgia, comprese le canzoni che sono quelle ritrovate in questi nastri datati ’84-’86, è presa da questi vaneggiamenti distruttivi, senza aggiustamenti o modifiche. E’ un monologo duro e raro, senza reticenze né nascondimenti, diretto, senza filtri né paure. La Baglioni ha forza sfrontata, zoppica, si rialza, balbetta, il dialetto strascicato come bambola rotta, e la magia del teatro fa sì che un testo, in qualche modo scritto, anche se involontariamente, da un uomo che si è tolto la vita perché si riteneva un perdente e un fallito, abbia portato alla vittoria, alla ribalta, il sangue del suo sangue, rivalutando, a posteriori purtroppo, un’intera esistenza. La depressione, la frustrazione, le manie di persecuzione, il sentirsi impotenti, l’infelicità, la disperazione, l’insoddisfazione, tutto trapela senza sosta dai pori della Baglioni, con lucidità e fermezza, e ogni sera è una rievocazione, un’apparizione, una rinascita, una rivincita: la potenza del teatro.

Il delicatissimo “Homologia”, dei torinesi DispensaBarzotti, ci mette davanti un anziano nel suo fine vita, buio, in penombra, in solitudine. Una scena molto cupa, sensazione più che altro dell’anima, giocata con gli stilemi del teatro muto e mimo, di piccoli tocchi di maschere immutabili che prendono forma e sentimenti scavando grazie a chiaroscuri che delineano le ombre del tempo che marcia, del passato che ci inghiotte. Una maschera gommosa che è un mix tra lo scienziato di Ritorno al Futuro, il nonno di “Up” (c’è anche un palloncino), Pannella e Battiato, in un tempo sospeso, ricordo e sogno prima della (di)partita finale, incontra adesso il suo doppio, ora il suo sé giovane in un’epifania pinocchiesca. Tempi precisi, rigorosi, cambi puntuali e netti, il tutto calibrato, di grande e pulito artigianato nonostante la giovanissima età del duo che ci hanno portato nelle atmosfere magiche create con arte ed esperienza da Slava.