Cronaca

Morti per parto, in Italia 50 casi l’anno. I medici: “Alcune sono evitabili, ma esami preventivi non sempre bastano”

Non è provato che lo screening per la trombofilia ereditaria sia sempre necessario e risolutivo. La ginecologa: "Va fatto quando ci sono altri fattori di rischio". Per Herbert Valensise, professore a Tor Vergata, la priorità è "aggregare i punti nascita e accentrare le competenze", anche per evitare che i medici facciano "turni eccezionali e massacranti"

È presto per dire che le donne morte durante la gravidanza a Foggia, Torino, Vicenza, Bassano del Grappa e Brescia potevano essere salvate. Bisogna attendere i risultati delle autopsie. Ma esiste un dato certo che arriva dall’Istituto superiore di sanità (Iss): ogni anno nel nostro Paese circa 50 donne muoiono di parto. Il rapporto più basso è stato stimato in Toscana (4,6 ogni 100mila nati vivi), quello più alto in Campania (13,4 ogni 100mila nati vivi). Quanto al fatto che per evitare i decessi basti un esame preventivo che non si fa perché costa troppo, come dichiarato in un’intervista a Repubblica dalla docente della Sapienza Rosalba Paesano, non tutti gli esperti concordano. Intanto il ministero della Salute guidato da Beatrice Lorenzin assolve i medici dell’ospedale torinese “Sant’Anna” per la morte di Angela Nesta e della sua bimba la notte di Santo Stefano. “Stiamo indagando sull’eventuale responsabilità del ginecologo che ha seguito la gravidanza”, aggiungono dal ministero.

“In Italia – spiega Serena Donati, responsabile del Sistema sorveglianza mortalità materna dell’Iss – abbiamo un tasso medio di mortalità materna basso, pari a 10 morti su 100.000 nati vivi, ottenuto dall’incrocio di certificati di morte con schede di dimissioni ospedaliere in un periodo di osservazione dal 2006 al 2012. Come Regno Unito e Francia. Nei Paesi occidentali la media è 20 su 100.000, mentre il dato migliore è quello dei Paesi Bassi con 6”. La prima causa di morte è l’emorragia post partum (nel 52 per cento dei casi). Al secondo posto, continua Donati, “con il 19%, ci sono i disordini ipertensivi di gravidanza come eclampsia e preeclampsia, seguono le tromboembolie con il 10 per cento. Abbiamo anche individuato quattro casi di puerpere morte a causa dell’influenza, una vera e propria sconfitta, considerato che in molti casi sarebbe evitabile con i vaccini consigliati per le donne in gravidanza”.

Rosalba Paesano, ginecologa e docente all’università La Sapienza di Roma, ha dichiarato a Repubblica che basterebbe far fare a tutte le donne in attesa l’esame per la trombofilia ereditaria per salvare molte donne in sala parto. Ma è parecchio costoso: circa mille euro, di cui 350 di ticket a carico della paziente. Per questo, nonostante il Sistema sanitario nazionale lo abbia nei Livelli essenziali di assistenza (Lea), la maggior parte delle donne non lo fa. Non tutti però sono convinti che serva a evitare le morti materne. Come Herbert Valensise, ricercatore e professore in ginecologia e ostetricia a Tor Vergata nonché ex segretario della Società italiana di ostetricia e ginecologia: “Fino a dieci anni fa si pensava che lo screening fosse la chiave per risolvere i problemi, ma – sottolinea l’esperto a ilfattoquotidiano.it – gli ultimi studi smentiscono il collegamento con la patologia in gravidanza. Ormai è una certezza a livello internazionale”.

“Io prescrivo il pannello completo degli esami per trombofilia (5 in tutto, ma due quelli di base, per la resistenza della proteina c attivata e omocisteina) quando la donna presenta fattori di rischio, per esempio è fumatrice, obesa, in tarda età, o ha optato per una fecondazione artificiale“, racconta Simona Menghini, ginecologa che ha uno studio privato nel centro di Roma. “Lo stesso vale anche in presenza di patologie come diabete cardiopatie o dopo un trapianto renale”. Spesso però avere cura di se stesse è una questione di portafoglio. E dipende anche dalle conoscenze che si hanno. “Le mie colleghe che lavorano in Casilina (quartiere popolare di Roma, ndr) difficilmente possono prescrivere esami in più rispetto a quelli passati dal Ssn, perché le pazienti non se lo possono permettere. In più alcune credono che il parto sia un fenomeno naturale e spontaneo e sia inutile essere scrupolosi”.

Oggi a sfavore delle donne che rimangono incinte giocano tre fattori. Innanzitutto, l’età avanzata. “Il periodo ideale per fare un figlio è tra i 25 e i 35 anni. Tanto più la mamma è grande quanto più il suo fisico farà fatica ad adattarsi alla gravidanza, che è come una prova da sforzo”, spiega Valensise. “Aumenta il lavoro del cuore e dei reni. Un conto quindi è farlo con organi che hanno 27 anni, un conto a 37 anni e magari micropatologie sconosciute. Più alta è l’età, più è probabile che insorgano anche diabete, pressione alta e rischio del distacco della placenta”. La seconda condizione avversa è l’obesità, “perché favorisce l’alterazione della parete interna ai piccoli vasi e dà origine alla formazioni di trombosi”. Il terzo fattore di rischio è il ricorso a tecniche di fecondazione assistita. “Costringe la donna ad assumere farmaci che aumentano gli estrogeni in circolazione nel sangue e che a sua volta tendono a intasare la mucosa all’interno dei vasi arteriosi facilitando la creazione di trombi”. La vera sfida, per il professore, è “aggregare i punti nascita e accentrare le competenze. Averne tanti con pochi medici sottoposti a turni eccezionali e massacranti abbassa gli standard minimi di qualità”.

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