Economia & Lobby

Politica industriale, ti incaricano di definire un piano per le pmi: che fai? – I

Ci sono, nella realtà cruda, due tipi di risposte alla problematica che stiamo esaminando insieme: la prima è di taglio burocratico e la seconda di taglio professionale. Non rinuncio a parlare innanzitutto della prima perché ritengo davvero utile far capire – quantomeno attraverso la mia personale modesta esperienza, ce qui se passe

1) La risposta dei burocrati

Mi permetto di diffondere i contenuti di un documento del Mise: questo al fine di far capire con chiarezza la profonda diversità fra le esigenze nazionali e certi approcci che a me sembrano addirittura scandalosi: lascio al lettore il giudizio.

Pochissimi mesi dopo la nomina a presidente del Consiglio dei ministri di Matteo Renzi mi venne richiesto di commentare uno studio elaborato dal Mise e destinato a Renzi stesso: era il mese di febbraio 2014. Si trattava di uno studio di una trentina di cartelle A4, fitte fitte, nelle quali l’intento era di dare a Renzi un quadro panoramico ma dettagliato della situazione delle Pmmi (sì: novità: Piccole Medie Micro Imprese) al fine di prendere possesso di una tematica spinosa e avvolta da grandi frasi fatte, da sempiterni slogan ma da una nebbia colossale.

Faccio subito notare che quando si vuole risolvere un problema il primo passo, in assoluto, è quello di ‘spacchettare’ e di decomporre per poter analizzare: in questo caso si parte addirittura aggregando le ‘Micro’ Imprese (bar gelaterie, banchi del mercato…): ottimo fulmineo approccio.

Leggo con attenzione, scorro pagine, schemi e tabelle, rilevamenti, elenchi dei centri interessati alla ricerca, documentazione serissima di fonti certe e attendibili. Ad ogni cartella giro e spero di trovare qualche riflessione di politica industriale: no. Quanti imprenditori con due figli, quanti con tre, quanti maschi, quante femmine, ecc ecc. Niente, giro ancora: nulla. Arrivo agli allegati e all’ultima cartella: nulla, nulla di nulla, un puro ‘studio sociologico’, ammantato dal linguaggio superdotto della nostra spagnolesca burocrazia.

Ma il burocrate cerca sempre coperture, è abilissimo, e stila un puntiglioso ricco elenco di enti e/o organizzazioni (Camere di Commercio, Associazioni di categoria, Confindustria, ecc.ecc.): ne fui molto colpito perché dispongo di una esperienza personale abbastanza vasta di contatti con Camere di Commercio e con Associazioni di Categoria (che ora mi fulmineranno per quel che sto per dire).

Al di là del fatto che non le ho certo contattate tutte (ma molte di grandi città, industriali), questo mondo mi era sembrato il concentrato del Gotha dell’atteggiamento burocratico: mi impegnavo per cercare di dare loro un messaggio ‘manageriale’, positivo ma nulla. Mi convinsi che, al massimo, in quegli ambienti si potesse parlare il linguaggio della lotta azienda/sindacato e di assistenza alle disposizioni legislative. Punto. Potete capire quali supporti quelli del Mise hanno tratto…

Il sentimento che mi pervadeva era di rabbia, rabbia e indignazione: per il costo di quello studio (bastava vedere l’elenco orgoglioso dei partecipanti), per la sua inutilità totale (Renzi, di sicuro, non l’ha mai letto), per il vuoto pneumatico di idee consistenti; per una certa aria di ‘ah, quanto siamo bravi!’.

Ma soprattutto per la sostanziale indifferenza, per il ‘contributo zero’ all’obiettivo di aiutare il Paese ad incanalare una soluzione operativa, quand’anche in termini di sole idee.

No, bisogna cambiare registro. Assolutamente. Le mentalità burocratiche devono essere poste nelle condizioni di costare di meno e di non frenare alcunché: altrimenti vanno dichiarate ‘nemici sabotatori’ senza tante perifrasi. Certamente nel nostro Paese ci sono persone cha hanno idee innovative al riguardo: ma temo che andrebbero ricercate col lanternino, tanto vasta e pervasiva è la ‘cultura amministrativa’ e altrettanto vasta la sua applicazione ‘burocratica. Mi piacerebbe con queste persone aprire un giochino. E chiedere: ‘Ma tu, fossi il presidente del Consiglio, che indirizzo prenderesti? Ma vuoi davvero avviare a soluzione questo problema della manifattura italiana asmatica e languente?’.

Tutti – dicesi tutti – i presidenti del Consiglio italiani, quelli almeno interessati a questa fase difficilissima della nostra vita politico/economica, si sono rivolti a esponenti notori della scienza economica: li chiamiamo ‘economisti’; di questi la gran parte è formata da studiosi a base teorica, molto preparati sulle dottrine ufficiali, di matrice prevalentemente amministrativa nostra o aziendalistica americana; pochissimi possono definirsi non già ‘esperti’, ma, quantomeno, vicini alle problematiche gestionali (gestionali sottolineo, non amministrative o fiscali) di aziende e quando lo sono si tratta di schematizzazioni molto valide, ma a valere per aziende grandi con consistente base culturale dei loro dirigenti: non mi risulta che qualcuno di questi economisti ‘conosca’ dall’interno le problematiche delle nostre aziende pmi: le nostre Università, al di là di talvolta ridondanti proclami, non riescono a ‘entrare’ e non hanno mai elaborato un ‘modello gestionale’ di riferimento.

Così non esiste nulla – dicesi nulla – che possa costituire né motivo di studio né motivo di riflessione per una sorta di progetto di politica economica nazionale a valere per le problematiche che stiamo cercando di dipanare. Ma… in cauda venenum.

Io provo molta amarezza nel delineare queste considerazioni: ma tanto più grande è il mio amaro in bocca quando penso alla totale indifferenza sia del sistema ‘intellettuale’ che del ‘sistema politico’ nei confronti di un dovere nazionale bello e buono che dovrebbe imporre una forte spinta alla soluzione di questo macro-problema delle pmi impelagate nell’impotenza operativa. Ormai ne ho ricavato la quasi certezza che il problema è sostanzialmente irrilevante sia per un ceto politico che è attratto da tutt’altri giochi, fatti di potere, di finanza, di guadagni che un tempo nessun politico si immaginava, sia da un ceto intellettuale che mi dà tanto l’impressione che consideri ‘abbassarsi’ il cercare di capire queste problematiche di un vasto popolo italiano minuto e operoso: che i nostri figli ne paghino un conto bestiale non mi sembra proprio, al di là di penose chiacchiere, che interessi a nessuno. Non fa lustro, non fa fino. O, forse, non porta soldi.

Per fortuna, però, esiste un’altra Italia, che la burocrazia parassitaria la odia nel profondo: e che sa ancora pensare positivo.

(continua…)