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Doping, Giovanni Malagò: “Gli atleti non hanno barato: è un fatto di procedure”

Il presidente del Coni ha difeso i 26 azzurri implicati nello scandalo sui mancati controlli nell'atletica. I coinvolti accusano il malfunzionamento del sistema di comunicazione con la federazione e il comitato olimpico

Si sentono accerchiati, parlano di “falle tecniche” nel sistema. È una levata di scudi quella dei ventisei atleti a rischio squalifica che sfileranno davanti al Tribunale antidoping nazionale per aver eluso i controlli tra il 2011 e il 2012. Da ambienti inquirenti trapela però una granitica certezza sul lavoro svolto dal 30 luglio dello scorso anno, quando i carabinieri girano un’informativa di 500 pagine contenente un listone di 65 azzurri e oltre un milione di mail che proverebbero come i test siano stati scansati, anche grazie al lassismo delle istituzioni preposte. I nomi arrivati dai Nas-Ros di Trento, sulla scorta dell’indagine “Olimpia” voluta dalla Procura di Bolzano, sono stati attentamente vagliati e la profonda scrematura sarebbe il sintomo di come i deferimenti riguardino solo gli atleti sui quali gli accertamenti degli uomini dell’Antidoping Nado-Italia, guidati da Tammaro Maiello, non hanno lasciato spazio ai dubbi.

La reazione di atleti e Malagò
La pensano diversamente gli azzurri coinvolti, la Fidal (“Li difenderemo”, dice Alfio Giomi) e il presidente del Coni Giovanni Malagò. “Siamo vittime innocenti, qualcuno ha fatto male il proprio lavoro, con incompetenza”, ha spiegato a La Gazzetta dello Sport Fabrizio Donato, bronzo nel 2012 ai Giochi di Londra e sul quale ora pende una richiesta di squalifica per 2 anni. Secondo il triplista, infatti, il “sistema faceva acqua da tutte le parti”. E di “falle tecniche” parla anche la martellista Silvia Salis, deferita anche lei, che si è affidata a un lungo messaggio sulla sua pagina Facebook: “Fino a qualche anno fa il sistema era cartaceo: la Fidal mediava i nostri rapporti con il Coni, noi mandavamo la reperibilità via fax (nel 2011!) e loro comunicavano al Comitato olimpico – spiega – Sono in possesso di documenti email provenienti dalla Fidal nei quali io, sorpresa che non avessero ricevuto la reperibilità, chiedevo spiegazioni”. La giustificazione fornita dalla Federazione, secondo l’atleta, sarebbe stata un “malfunzionamento del fax che è durato qualche giorno”. Ma anche la piattaforma informatica introdotta successivamente, sempre secondo la Salis, avrebbe presentato “subito problemi di malfunzionamento” anche durante i Giochi di Londra. Di “abbaglio” parla Anna Incerti e il maratoneta Ruggero Pertile, il miglior azzurro agli ultimi mondiali, dice di “non aver mai usato scorciatoie, si è trattato solo di problemi di comunicazione”. Una linea di fatto sposata dal presidente del Coni Malagò che, ribadendo l’assoluta indipendenza della Procura Antidoping, ha affermato che “questi ragazzi non sono delle persone che hanno barato, è semplicemente un fatto di procedure di comunicazione della loro presenza con, all’epoca, dei sistemi che non sono quelli attuali”. Il numero uno del Comitato olimpico ha aggiunto che a suo avviso i deferiti “hanno ampi margini di difesa” e l’attuale governance della Fidal è “per certi versi totalmente vittima”.

La parola chiave: whereabouts
È bene chiarire che l’accusa rivolta ai 26 non è di doping, ma di aver “eluso i controlli” mancando di comunicare la propria reperibilità nei moduli da consegnare trimestralmente, i cosiddetti “whereabouts”. Conoscere la posizione degli atleti è di fondamentale importanza per gli ispettori dell’antidoping poiché consente di effettuare controlli a sorpresa, gli unici che abbiano una qualche efficacia nel contrastare l’uso di sostanze dopanti. Secondo gli atleti le comunicazioni non andavano a buon fine per falle nel sistema; secondo la procura, invece, l’alto numero di irreperibilità era doloso per sfuggire a eventuali controlli. Un’ipotesi avanzata anche durante l’indagine penale nella quale si faceva cenno alla sponda trovata nelle stanze federali. La notifica della propria posizione può fallire una, due, tre volte – era l’idea degli inquirenti – non può farsi regola. Senza oltretutto che venisse contestata in maniera formale la ‘mancata reperibilità’ (art. 2.4 del Codice Wada) agli atleti: i richiami arrivavano in ‘gruppo’ via mail, secondo l’indagine, abbassando il livello di allerta degli atleti che in alcuni casi non avrebbero neanche risposto. I protocolli prevedono che gli sportivi ricevano tre ‘ammonizioni’ prima della squalifica: nessuno dei 26 ha mai ricevuto un “warning“, cosa che ha portato la Procura Antidoping a lasciar cadere l’imputazione di mancata reperibilità. Tutto si giocherà nel campo dell’eluso controllo, il cui articolo recita: “Rifiutare o omettere, senza giustificato motivo, di sottoporsi al prelievo dei campioni biologici previa notifica, in conformità con il vigente regolamento antidoping, o sottrarsi in altro modo al prelievo dei campioni di biologici”. Da quel “in altro modo” – cioè non aggiornando i whereabouts – nascerebbe la contestazione della Procura antidoping.

Il sistema Adams e il Garante
Secondo gli atleti si sarebbe invece trattato di errori di comunicazione dovuti ai bug del sistema usato negli anni contestati. Nel 2011 e 2012 i whereabouts erano cartacei anche perché il Garante della Privacy non permetteva al Coni di introdurre l’uso del sistema Adams, piattaforma informativa di amministrazione e gestione antidoping attraverso la quale gli atleti segnalano alla federazione di appartenenza la propria reperibilità giorno per giorno. Ideato nel 2005 dai medici che lavorano nel mondo del ciclismo, il sistema Adams è stato poi adottato dalla maggioranza delle organizzazioni antidoping. Una mega-banca dati, dettagliata e precisa, che fino al settembre 2014 il Garante ha impedito di utilizzare in Italia per motivi legati alla violazione della privacy. Un parere positivo è arrivato solo un anno fa grazie all’impegno del Coni che nel giorno dell’ok parlava di un grande ostacolo rimosso “che finora aveva creato non pochi problemi nell’ambito della lotta al doping”.