Scienza

Teoria della relatività, brindo a Einstein con il mio libro ‘Dove nasce la nuova fisica’

Mi ha fatto bene leggere in questi ultimi mesi le varie autobiografie di Einstein. Mi ha fatto bene perché mi hanno insegnato tantissime cose. Tramite la sua vita, tramite il pensiero, ho colto tante sfumature della vita di tutti i giorni che faticavo a comprendere. La vita di Einstein rappresenta per me la casetta sull’albero da raggiungere per un bambino, il mio personalissimo parco giochi, l’ho sempre immaginato così, fin dagli anni di studio della fisica durante la mia laurea a Milano, e poi i miei anni all’Ecole Polytechnique di Parigi. Avevo un conto in sospeso con lui, e con la fisica da troppo tempo, e così mi sono dedicata con molta dedizione, con acribia, a tutti gli scritti che lo riguardavano. Di altri che parlavano di lui, alcuni molto illuminanti. E delle sue lettere, scritte di suo pugno. Diversi post, recentemente, infatti, qui in questo spazio erano riferiti a lui, un po’ come un chiodo fisso, e ora vi svelo il perché.

Sono andata in Belgio, a Bruxelles, e ho soggiornato lì parecchio, per fare ricerca e traduzione di testi originali, per cercare tracce e testimonianze, per provare a raccontare quei miracolosi ritrovi dei fisici del XX secolo da cui è nata la fisica di oggi (ehm, piccola parentesi autobiografica, e anche un po’ autocelebrativa, è in questo soggiorno che mi sono incuriosita ai ritrovi dove arruolano militanti e sono andata a fare quel reportage a Molenbeek ripreso da tutti i media in questi giorni della tragedia di Parigi, pubblicato sul Fatto la primavera scorsa). Dunque, di questi ritrovi miracolosi parlava Einstein nei suoi scritti. E io per la Hoepli ho scritto Dove nasce la nuova fisica, un libro in cui – facendomi accompagnare da Planck, da Lorentz, da Einstein, da Poincaré, da Schrödinger, fino ad oggi da Hawking – ripercorro le svolte della storia della fisica partendo dagli eccezionali ritrovi dei fisici a Bruxelles, alla corte di Solvay, che lo stesso Albert Einstein aveva definito i “witches’ Sabbath”.

La foto che accompagna questo mio viaggio è una sola, quella del quinto Congresso Solvay, anno 1927. Guardate che foto magnifica, che emozionante ritratto. C’erano tutti: riconoscerete facilmente Einstein centrale con lo sguardo furbetto, ma anche Marie Curie e Planck sono facilmente identificabili, e poi Lorentz grande orchestratore, e poi, colpo di scena, ci sono i giovani: dietro, distratti, certo – una foto in posa non può che far distrarre infatti – c’è Pauli, 27 anni, c’è Heisenberg, 25 anni, centrale c’è Dirac, 25 anni. Io questa foto la adoro. A me questo ritrovo fa impazzire. Ci sono Schroedinger e Compton pure. Io non riesco a togliere di occhi da questa foto. Per anni mi è successo questo. E adesso, finalmente, per festeggiare i 100 anni della relatività, ne ho scritto. Un lavoro lunghissimo, che vedrà la luce a metà gennaio 2016. Quando il mio nuovo libro verrà pubblicato, e io potrò continuare a guardare questa foto e dirvi tutti gli aneddoti che l’accompagnano.

Einstein nel dicembre del 1915 pubblica i lavori che lo hanno reso immortale, e io voglio brindare a lui pubblicando (cento anni e) qualche settimana dopo il mio libro che lo osanna. Un po’ dopo, certo. Non in contemporanea. Anche le nostre date di nascita sono separate da un delta di due giorni, d’altra parte. E, dopotutto, è proprio questa non contemporaneità degli eventi (nello spazio e nel tempo) che lui ha elaborato meglio di tutti…per cui: cin cin!