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Attentati Parigi, ora anche l’Isis dà la caccia a Salah Abdeslam: “E’ un vigliacco”

A una settimana dagli attacchi, emergono particolari sui terroristi e sulle loro vite contraddittorie. Come quella di Hasna. Non è stata lei farsi esplodere come si è pensato in un primo momento, ma un terzo complice. O quella del 26enne: da kamikaze mancato a ricercato numero uno in cima alla lista delle polizie europee e a quella dello Stato islamico, che teme una sua collaborazione con i servizi francesi e per questo lo vuole morto

Contrordine! Si cambia scenario! Sette giorni dopo la carneficina di venerdì 13, sappiamo tutto dei morti; le vittime sono salite a 130. Del grande dolore. Della determinazione di tutti a resistere contro l’Isis. Ma dei terroristi sappiamo assai poco. Storie di vite contraddittorie. Persino la loro fine non è come pensavamo fosse avvenuta. Per esempio, quella della 26enne Hasna Ait Boulahcen, cugina di Abdelhamid Abaaoud, presunto organizzatore degli attacchi di Parigi: non si è fatta saltare per aria, come ci era stato raccontato mercoledì dopo il blitz delle forze speciali nel covo jihadista di Saint-Denis: è stata uccisa “di rimbalzo” dal kamikaze che gli stava accanto e che ha innescato la sua cintura esplosiva, dilaniando la ragazza mentre stava sparando all’impazzata. Mica è tutto. Non è affatto sicuro che Hasna sia cugina di Abbaoud.

Era lei che lo sottolineava, un modo affettuoso per rafforzare l’affinità militante maturata in fretta e furia negli ultimi mesi. Non tutti i compagni di jihad la vedevano di buon occhio, e così la vivace Hasna cercava di vincerne la diffidenza, accentuando la sua fresca e rapida radicalizzazione. A un amico che aveva incrociato per le scale della casa dove di tanto in tanto si faceva vedere, nella cité Rose-des-Vents di Aulnay-sous-Bois, aveva allegramente annunciato di essere felice, “ho un fidanzato, è un marocchino, lo sposerò. E smetterò di far cazzate”.

La metamorfosi di Hasna è soltanto un tassello del puzzle. Il vero mistero riguarda Abaaoud: la notte del tragico venerdì 13 le telecamere della Ratp (Régie autonome des transports parisiens) lo avrebbero inquadrato alla stazione di Croix de Chavaux, in quel di Montreuil, un popoloso comune di oltre centomila abitanti che si trova nel dipartimento della Senna Saint-Denis, hinterland di Parigi. Erano le 22. Gli attacchi dei commandos avevano cominciato già a seminare terrore e morte. Che ci faceva da quelle parti? Chi doveva incontrare? Era diretto a un rifugio sicuro? Soprattutto: come era sfuggito ai controlli, visto che era oggetto di un mandato d’arresto internazionale?

A settembre era in Grecia, probabilmente per organizzare l’infiltrazione dei terroristi Isis provenienti dalla Siria, sfruttando l’esodo dei migranti. Quanto alle armi, i kalashnikov usati dagli assassini dei commandos di Parigi come da quelli di Saint-Denis, pare siano modelli di produzione bulgara. Uno stock datato: 40mila pezzi sarebbero finiti nell’arsenale di Saddam Hussein. Da qui ad alcune organizzazioni jihadiste siriane. Nikolai Ibuchev, direttore della fabbrica Arsenal che fabbrica la versione bulgara del fucile d’assalto: “Se tutti si interessano alle nostre armi, compreso i terroristi, vuol dire che sono di buona qualità”. E l’inverosimile storia della fuga di Salah Abdeslam? Tutti vogliono la sua pelle.

Anche gli amici dell’Isis che l’hanno condannato a morte perché non si è fatto saltare per aria, a differenza di suo fratello Brahim, kamikaze al Comptoir Voltaire. In realtà temono che sia un traditore. Che stia collaborando coi servizi francesi. Un vicino di casa sostiene di aver sentito discutere furiosamente i due fratelli nel loro appartamento di Molenbeek: la lite sarebbe avvenuta giovedì 12 novembre, dunque alla vigilia degli attacchi. Una tardiva testimonianza, quindi da prendere con le molle. Il tizio che si professa amico di famiglia, l’ha raccontato a Envoyé Special, una trasmissione andata in onda giovedì sera su France 2: “Quella sera ero a casa. Ho sentito una litigata, una litigata pazzesca. Mi sporgo dalla finestra e vedo i due fratelli che se ne dicono di tutti i colori”.

Motivo? “Io non vado se non mi date i soldi!”, avrebbe urlato uno dei due. “No, no, tu andrai eccome!”, gli ha risposto a brutto muso l’altro. “Io senza grana non mi muovo, non ci vado!”, è stata un’altra frase captata dal vicino: “I due hanno cominciato a pregare e a fare sport tre mesi fa. Si allenavano da tre mesi, pregavano da tre mesi, hanno smesso di fumare da tre mesi”. Che significa? “Si preparavano alla guerra. E’ così che fa la gente di Molenbeek, ne conosco diversi. Si allenano a full contact, al krav maga. Non vogliono arrivare sul teatro di guerra senza sapere come si combatte”. Così vanno le cose, in Eurojihad.

da Il Fatto Quotidiano del 21 novembre 2015