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Attentati Parigi, allarme islamofobia: “Aggressioni e moschee violate. Il governo ci ignora”

Yasser Louati, portavoce dell'associazione che raccoglie le denunce delle presunta discriminazioni: "Già centinaia di casi dopo la tragedia del 13 novembre. Le istituzioni ignorano il pericolo per motivi elettorali: chiudere le moschee non serve, bisogna dare un posto nella società agli emarginati. Lì crescono i kamikaze di domani"

PARIGI – Aggressioni nelle strade ai musulmani, scritte sui muri delle moschee e attacchi personali. Sono centinaia le segnalazioni che Yasser Louati, portavoce dell’Associazione contro l’islamofobia in Francia, ha ricevuto dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi. “Non sono ancora riuscito a leggerli tutti, è una situazione tragica”. La società ferita al cuore rischia di trovare nei musulmani il nemico più vicino e più facile da raggiungere. Così la comunità islamica chiede aiuto al collettivo: “Telefonate, mail, colloqui. Le famiglie vogliono sapere se possono mandare a scuola i figli. La cosa più grave? Il governo non ci ascolta. Siamo davvero molto preoccupati”.

L’associazione è nata dopo l’attentato dell’11 settembre con l’obiettivo di assistere chi si sente discriminato. Ora, dagli attacchi di Charlie Hebdo a quelli dei giorni scorsi, l’attività si è fatta ancora più intensa. “L’80 per cento delle persone che ci contattano sono donne e ogni anno riceviamo circa 2mila dossier. Con gli ultimi attentati però, il clima diventerà ancora più teso”. L’ultimo caso della lista in ordine di tempo è quello della moschea di Aubervillier: perquisita dalle forze dell’ordine nelle scorse ore, sarebbe stata invece “saccheggiata”, stando alla denuncia del collettivo.

Louati accusa la politica di non rendersi conto della pericolosità del fenomeno: “Non c’è alcun tipo di dialogo: per semplici motivi di convenienza Hollande non vuole starci a sentire. Siamo nella situazione paradossale per cui i musulmani francesi sono incolpati degli attentati di otto folli. Ma se i servizi segreti non sono riusciti a fermarli, come faceva la comunità islamica a farlo?”. Secondo il collettivo c’è il rischio che in Francia si consolidi l’idea che i musulmani sono in qualche modo responsabili delle carneficine: “I kamikaze uccidono in protesta con la politica estera francese. Cosa c’entrano i cittadini che credono nell’Islam in tutto questo?”.

Secondo l’associazione contro l’islamofobia, sarebbe sbagliata la comunicazione fatta dalle istituzioni sulle tragedie dei giorni scorsi, ma anche le politiche di integrazione. “Non è possibile”, continua Louati, “pensare che per combattere il terrorismo basti chiudere le moschee. Non è quello il problema. Ci sono migliaia di giovani che non possono permettersi di studiare, che non hanno un posto nella società. Di questo dovrebbe preoccuparsi il governo. Perché è tra loro che nascono i kamikaze di domani”.

Gli attentati arrivano a poche settimane dalle elezioni regionali, con il voto per le presidenziali già nella testa di molti politici. Ogni parola in più o in meno può determinare la futura campagna elettorale. “Siamo davvero frustrati”, conclude il portavoce, “perché capiamo che il governo non cambierà registro. Teme il Front National di Marine Le Pen e per questo preferisce fare finta di nulla”. Louati è musulmano, come le persone che aiuta nel denunciare le discriminazioni. Chiude il telefono in fretta dopo l’intervista: è in place del République a manifestare la sua solidarietà alle vittime degli attentati.