Economia & Lobby

Politica industriale, chi guida la diligenza Italia?

diligenza

Un giorno un uomo geniale (Giovanni) ebbe un’idea luminosa: che bello sarebbe stato avere una ‘diligenza’. Detto fatto: ne tracciò su un pezzo di carta un disegno approssimato: e cercò pure di rifinirla: ne tracciò l’aspetto esterno, dei bei cuscini all’interno, sospensioni da sogno, lumi a olio, ecc.ecc… Ma Giovanni non era capace di piantare un chiodo neppure nel burro: così cercò Pietro, famoso artigiano, scrupoloso ed efficiente: capito il progetto, in quattro e quattrotto Pietro realizzò la diligenza.

Giovanni, che aveva la testa aperta, intuì subito che bisognava  usarla per viaggiare: e chiamò Mario, uomo vispo e capace, che realizzasse questo obiettivo.

Mario ci pensò e capì che bisognerà metterci dei cavalli. Detto fatto: andò da un amico e tornò con quattro cavalli bellissimi, scalpitanti. E li attaccò alla diligenza. E fu un disastro: ogni cavallo tirava dove gli pareva: a volte la diligenza andava avanti, a volte di fianco, a volte addirittura all’indietro. Mario intuì che doveva coordinare l’azione di questi cavalli: e inventò il ‘timone’: così questi dovettero tirare tutti insieme nella stessa direzione: e la diligenza diventò un fulmine, sembrava avesse messo il turbo.

Giovanni, Pietro, Mario si trovarono fianco a fianco a rimirare l’opra. Strafelici: ma scoprirono che la domanda ‘vera’ era un’altra: e cioè che bisognava stabilire dove mandarla, perché, con quale carico, con quanto fieno e con quanta acqua di scorta, con quali ricambi per eventuali guasti, ecc.ecc.

E qui la storia si trovò ad un bivio.

Un Giovanni ‘A’ decise che lui avrebbe deciso tutto: bisognava risparmiare: e lui se ne sentiva capace. Da quel momento i suoi collaboratori lo chiamarono ‘sciur Brambilla’. Si buttò corpo morto nell’impresa, decise sull’unghia i primi tragitti e le prime condizioni, lavorò 25 ore al giorno, si tenne Pietro per la manutenzione del veicolo, cacciò via Mario e si mise a cassetta guidando di persona i quattro cavalli. La sera faceva le pulizie in ditta e spegneva la luce.

Un Giovanni ‘B’ ci pensò un po’ e concluse che se voleva usare della diligenza per lunghi viaggi, in aree che non conosceva, dove magari c’erano altre diligenze altrettanto efficienti, forse era il caso di nominare un ‘manager’, che si dedicasse a capire l’intero giro del fumo al fine di cavarne il massimo profitto sia per il giorno dopo che per gli anni a venire.

Questo aforisma è un mio pensiero antico: dalle riflessioni ‘double-face’. Assunse sempre di più una colorazione ‘politica’. Attenzione: ‘politica’, non ‘partitica’.

Perché mi fu spontaneo e facile identificare in quella diligenza il mio Paese, l’Italia, interpretata forse in modo del tutto inconsueto.

L’Italia è strapiena di ‘Giovanni: questa fondamentale ‘materia prima’ proprio non manca.

Ma è anche ben fornita di ‘Pietro’: ha dato prove abbondanti, lunghe. Se per ‘maestranze’ vogliamo identificare tutti coloro che, con vari contributi, realizzano un prodotto, abbiamo alle spalle, specie dopo la seconda guerra mondiale, esempi giganteschi e molto brillanti.

Pure i ‘Mario’ non mancano. Definiamoli ‘dirigenti’: che non sono né possono essere ‘managers’: e spesso sono pure bravi. La riforma scolastica voluta da Giovanni Gentile, (1923), ha realizzato sia buoni ‘Pietro’ che buoni ‘Mario’.

I ‘dirigenti’ (Mario) vengono di base formati a scuola: che arriva a ‘specializzarli’ negli anni universitari. In realtà sono ‘tecnici’ specialistici preparati nel modo migliore. Nei limiti della cultura disponibile in Italia e nel Mondo a quell’epoca, questa impostazione scolastica era a dir poco superba. E’ nel secondo Dopoguerra che si manifestano alcuni scricchiolii, progressivamente crescenti.

Ma a questo punto la nostra scuola non forma managers: forma semmai dei superspecialisti (masters). Perché non può formarli: il ‘manager’ si forma in corpore vili, on the road, utilizzando beninteso il bagaglio culturale complesso e di prim’ordine che la nostra scuola fornisce nell’intero ‘cursus honorum’.

‘Manager’: il nostro pensiero corre ad una azienda, ad una impresa. E perché non al ‘nostro Paese in quanto unità etnico/politica/industriale’? In competizione con un mondo spesso molto più ‘managerializzato’?

Questo è, a mio avviso, un costo fortissimo che paghiamo ai limiti raggiunti globalmente dalla nostra cultura: che ci danneggia soprattutto in termini di efficienza e di insicurezza verso il futuro. Il conto lo pagano i nostri figli.

Stringendo il mio pensiero vedrei il quadro seguente: la ‘diligenza Italia’ c’è, ampia variegata e robusta; i ‘giovanni’ stra-abbondano e sono anche molto creativi; di ‘Pietro’ ne abbiamo di tanti, ottimi e pure ne esportiamo a tonnellate. Pure i ‘Mario’, se usati nei limiti del ‘dirigente’ (che non è un manager) sono ottimi e abbondanti.

Il guaio è che mancando (ovviamente esagero, ma non di molto) la cultura manageriale, la ‘diligenza/Italia’ manca della coordinazione dei cavalli, manca del ‘timone’, manca dell’insieme degli obiettivi su cui puntare con il nostro Paese e vincere la scommessa della coesistenza fra le nazioni evolute; manca quel tocco magico che riduce le inefficienze e massimizza i risultati nel breve e nel medio termine: e usa i ‘dirigenti’ al posto dei manager.

Sia ben chiaro: non penso – perché del tutto inutile e controproducente – ad una impostazione dirigistica nazionale. Ma questa politica industriale’ che potremmo definire dei ‘cani sciolti’, assolutamente a-manageriale, incapace di indicare le macro linee su cui il Paese dovrebbe indirizzarsi per assolvere al meglio la sua ‘mission’ (ma che cosa è venuta al mondo a fare l’Italia?) è la ragione fondamentale del nostro attuale clamoroso insuccesso. Dobbiamo piantarla di cincischiare e dobbiamo affrontare il problema di esplicitare una ‘politica economico-industriale’, non coattiva ma di indirizzo, che salvaguardi tutti i nostri ‘plus’ e rispetti in toto le strutture proprietarie esistenti. I mezzi ci sono: e pure le ‘idee’.