Cultura

‘Mio cognato Mastrovaknich’ a Ferramonti di Tarsia, kibbutz calabrese

Mio cognato Mastrovaknich. Preziosa produzione calabrese da un testo di Ciro Lenti, per la regia di Adriana Toman. Una quasi rarità, a differenza del cinema, la regia teatrale d’una donna in un mondo a prevalenza maschile: il teatro dove, come per i direttori d’orchestra o gli aviatori, la presenza femminile solitamente si limita all’essere attrici. E un tema di straordinaria attualità: la paura, se non il terrore della diversità. Nei giorni del protagonismo mediatico delle imbarazzanti frasi del presidente della Fgci Tavecchio contro ebrei e gay, in Calabria, a Cosenza, prima al Piccolo Teatro dell’Unical poi nella location da teatro sperimentale dell’Acquario, la storia d’una detenzione nel campo d’internamento di Ferramonti.

1943, Mastrovaknich è un professore polacco (nei suoi panni Paolo Mauro, brillante attore di Rossosimona), un intellettuale gay che per fuggire alle persecuzioni naziste si fa internare nel campo di Ferramonti, per lui prigione di salvezza. Qui s’imbatte in Uccio (Marco Silani), un giovane fabbro del luogo condannato per reati comuni e rinchiuso per errore nella baracca degli omosessuali. Un qui pro quo da cui scaturiranno situazioni grottesche per i pregiudizi di Uccio, di cultura rurale.

Fuori dalla Calabria pochi sanno che in un piccolo paese 40 km a nord di Cosenza, a Ferramonti di Tarsia, lungo la valle del Crati, ci fu un campo d’internamento per ebrei realizzato nel 1940 dal regime fascista. Certo non fu il lager di Ravensbrück, a nord di Berlino, in cui l’orrore nazista si declinò in una shoah femminile: l’unico campo destinato a sole donne cui la scrittrice/giornalista Sarah Helm ha recentemente dedicato, parafrasando Primo Levi, il suo If this is a Woman, che nella traduzione italiana per Newton Compton è diventato, parafrasando Wenders, Il cielo sopra l’inferno. Ma fu comunque il campo di concentramento per ebrei più grande costruito in Italia, il primo ad essere liberato e l’ultimo ad essere chiuso. Per lo storico ebreo inglese Jonathan Steinberg “il più grande kibbutz del continente europeo” dove vennero rinchiusi ebrei, apolidi, slavi, medici (tra cui il candidato Nobel David Mel), atleti, pittori, musicisti come Oscar Klein, fra i più importanti trombettisti jazz e swing al mondo. Non un campo di sterminio ma un luogo di prigionia che conservò tracce d’umanità con una presenza di oltre 2mila persone; non un inferno di viventi come rende bene il testo di Lenti. Qui le famiglie non venivano divise al loro ingresso come nei campi nazisti e tuttavia, come in tutti i campi di concentramento, ognuno aveva un segno distintivo: per gli ebrei la stella gialla, un triangolo rosa per gli omosessuali di sesso maschile. Uno sterminio omesso dalla comunicazione storico-istituzionale, un argomento invisibile per anni di cui non s’è parlato, che questa pièce mette garbatamente in scena.

Del resto, non s’è parlato neanche di Pasolini per tanto tempo. Ci sono voluti 40 anni dalla morte su quella spiaggia del litorale romano per affrontare serenamente (e neanche) l’argomento. Sensibilità della regista e professionalità fanno sì che protagonisti siano i sentimenti: la solidarietà, il senso della famiglia nei dialoghi, l’altruismo di Uccio nel finale.

Non solo uno spettacolo teatrale Mio cognato Mastrovaknich. Un modo diverso di coniugare arte & sociale giacché qui s’è verificata una felice intesa tra associazioni. La produzione nasce dall’incontro tra l’asso culturale Arciere in collaborazione con la Fondazione Lilli Funaro, nel nome d’una dolce ragazza cosentina dallo sguardo sorridente andata via troppo presto, impegnata a valorizzare i giovani calabresi nel campo artistico e della ricerca che devolverà l’incasso a sostegno della lotta contro il cancro. Uno spettacolo, patrocinato da Arcigay Calabria e apprezzato dalla collettività Lgbtqi, promosso nella sua serata cosentina da What Women Want, la Calabria vista dalle donne, vivace think tank spontaneamente nato in rete che si spende per l’impegno delle energie femminili, calabresi e non.

Lo spaccato d’una Calabria ricca di risorse, talenti, creatività, generosità verso l’Altro, non racchiusa nella propria nicchia ma capace di tessere reti, costruire connessioni sentimentali tra individui e territorio. E l’augurio che questa produzione possa varcare i confini regionali per meritati palcoscenici nazionali capaci di far capire, altrove, che la Calabria è decisamente altro.