Cultura

“La banda della culla”, falsificare in peggio il curriculum per trovare lavoro

E' uscito il 20 ottobre il nuovo libro di Francesca Fornario, edito da Einaudi. Ne anticipiamo il primo capitolo

Capitolo 1

Linoleum

– Lingue parlate: italiano, inglese, russo e francese scolastico. La vedo accaldata, prenda un bicchiere d’acqua. E’ il primo colloquio di lavoro?
– Si.
È il terzo. Il terzo da questa mattina. In totale, dal giorno della sua laurea in Lingue e letterature moderne, Claudia ha fatto cinquantadue colloqui di lavoro. Cinquantatré. Due nello stesso posto. Non se lo ricordavano. Nemmeno lei.
– Tesi di laurea sulla Semiotica dello zero in… che c’è scritto?
Stolbcy di Nikolaj Zabolockij.
– Ah però! Sa cosa mi piace della Russia? La vodka.
Linoleum numero cinquantadue. Sprigiona ancora un odore viscoso di colla e ha le doghe del parquet stampate sulla superficie vinilica, con le venature irregolari del rovere e gli interstizi del legno giustapposti. Tipo le magliette con la cintura di sicurezza disegnata sul davanti. A uno sguardo superficiale, questo pavimento deve sembrare di legno. Claudia ha imparato a risalire alle convinzioni dei produttori di linoleum. Alle convinzioni di sir Frederick
Walton, che nel 1883 viveva in un villino in stile georgiano nella regione dell’Essex dove aveva inventato il linoleum nella certezza che, da quel momento, sarebbero esistiti solo sguardi superficiali. Sir Frederick Walton che aveva già intuito tutto del Novecento.
– Anche rumeno?
– Prego?
– Parla russo-russo o anche rumeno?
– Russo.
– Ah, proprio russo.
– Sono… due lingue diverse.
Imbarazzo. Unilaterale. Puzza di colla. Sforzo di chiarire il concetto senza apparire troppo ferrata sull’argomento della sua tesi di laurea, o su qualunque altra questione, per non compromettere l’esito del colloquio di lavoro numero cinquantatré.
– La lingua russa è una lingua slava orientale, mentre la lingua romena è una lingua romanza balcanica molto più vicina alla nostra.
– Vicina… Magari! Avevamo svoltato!
– I russi usano l’alfabeto cirillico.
– Ah, giusto! Peccato. Perché abbiamo tante rumene che telefonano qui al numero verde del centro assistenza e non si capisce una mazza di quello che dicono: ÅsIo chiama di aspirapolvere signora niet di rotta… Non per essere razzista, eh, anzi! Non mi piace fare di tutta l’erba un fascio. Un conto sono i rumeni, un altro conto sono le rumene. Le rumene vengono qui a fare i lavori che noi italiani ci rifiutiamo di fare, quindi tanto di cappello!
– Già.
– E poi sono bravissime. Come puliscono loro… Io sono due anni che ho una filippina rumena e mi trovo benissimo.
Claudia cerca riparo con lo sguardo a terra, in un inesistente rifugio scavato tra le finte fenditure del finto legno. Finti nodi di tronchi di quercia. Finti segni del tempo stampati in un istante da un rullo rotante impregnato di pigmenti coloranti. «Claudia, guarda: ognuna di queste venature è un anno di vita dell’albero», le diceva suo nonno indicando la sezione del tronco dell’ulivo che avevano abbattuto perché le radici stavano sconquassando le fondamenta della casa, giù a Taranto. Claudia pensa che il giorno in cui a qualcuno verrà in mente di tatuarsi sulla pancia gli addominali scolpiti sarà la fine di tutto. Guarda le sopracciglia depilate del tipo che le siede di fronte e stabilisce che quel giorno è vicino.
Quindi, perché dannarsi a cercare un lavoro a tempo indeterminato?
– Semiotica dello zero. Interessante. Mi dica in due parole cosa l’ha colpita di Zabosky.
– Zabolockij teorizzava la necessità per l’uomo di migliorare la natura attraverso l’ingegno, ispirandosi alle leggi della natura stessa –. Avrebbe voluto aggiungere: «Non immaginando che a qualcuno sarebbe venuto in mente di stampare il legno sulla plastica», ma il sarcasmo è l’ultima cosa da sfoggiare in un colloquio di lavoro. La penultima.
– Ah. Hai capito, Zabosky
Francesco glielo aveva detto, falsifica il curriculum. In Italia funziona cosi. Se vuoi trovare lavoro, l’unico modo è falsificare il curriculum. Siamo realisti: le possibilità che una laureata con lode in Lingue e letterature moderne con tesi di laurea sulla semiotica dello zero nella raccolta Stolbcy di Nikolaj Zabolockij venga retribuita per svolgere una qualsivoglia attività in un Paese che produce o peggio importa cinquantadue tipi diversi di linoleum, in specie quello con il rovere stampato, sono prossime allo zero.
Claudia socchiude gli occhi, come fa quando tenta di riavvolgere mentalmente il nastro quanto basta a far prendere agli eventi una direzione diversa. La direzione che le vite prendono nelle serie Tv americane, imbottite di colpi di scena per saziare di svolte le vite immobili degli spettatori delle serie Tv americane.
«Tesi di laurea su… Le Ninfee di Monet! Incredibile! Ma sa che anche io le adoro? Ce le ho in camera da letto! Il posto è suo! Suo a tempo indeterminato!», avrebbe detto il tipo con le sopracciglia ad ali di gabbiano. Invece di: – Zabosky. Mica robetta.
Siamo all’inferno, pensa Claudia. Avvolti dal fumo bollente che sbuffa dalle narici di mega negozi con l’aria condizionata, storditi dai rombi sordi delle macchine ferme con il motore acceso, travolti da un fiume di lava chimica di emulsionante E471 che addensa il pane gommoso del discount e si raggruma nelle viscere dell’umanità, atterriti dalle grida strazianti provenienti dalla Tv, dove i protagonisti adolescenti delle serie americane vengono doppiati da cinquantenni italiani che parlano in falsetto: «Ehi, amico, dico a te, dacci un taglio! Voglio dire, dacci un taglio!»
Se vuoi dire, dillo, ok, amico? Dillo, porcaputtana, dillo, ma non dire «voglio dire», perché nel caso non te ne fossi accorto, amico-che-dice-vai-all’inferno, ci siamo già, all’inferno! Non lo vedi, amico? Guardati intorno! Non ti accorgi che quella cosa che chiami reflusso gastroesofageo e che ti stritola la bocca dello stomaco quando ingoi il caffé della macchinetta è l’istinto? È il tuo istinto di sopravvivenza, amico, l’istinto che ti supplica di metterti in salvo, di aggrapparti a un rottame galleggiante del relitto, presto! Da questa parte! Allunga la mano! Attaccati a lei! Afferra un qualunque brandello di senso! Ghermisci una testimonianza di antica bellezza! Tieniti forte con le mani a questa riproduzione su carta lucida delle ninfee di Monet pigiata sotto il plexiglas di migliaia di tinelli e uffici con il pavimento di linoleum che riproduce il legno! Ne hai una anche tu, amico? Anche tu, doppiatore in andropausa di bambini hollywoodiani? Senza bellezza siamo morti, morti!
Teniamoci stretti, amico. Tutti. E proviamo a essereun po’ più gentili, ché ne abbiamo bisogno.
«Ho quelle azzurre, ha presente? Quelle con il ponticello sul laghetto. Le ho comprate a Firenze».
«Quelle azzurre, certo».
Stiamo sprofondando in sabbie mobili di linoleum, amico.
Il peggio è che ci vorrà del tempo.

– Ma mi dica qualcosa di lei, è sposata?
– No.
– Fidanzata?
– Sì.
– Ha figli?
«Non posso averne, mi hanno sottoposto a un’isterectomia quando avevo cinque anni. Inoltre il mio fidanzato è sterile per una forma congenita di varicocele ereditata dal padre ciclista. Anche lui era sterile. I maschi della sua famiglia sono sterili da molte generazioni. E la nostra religione ci vieta l’adozione. Non possiamo adottare figli né mangiare legumi secchi dopo il tramonto».
La centesima volta che un direttore delle risorse umane avesse preteso di valutare le sue qualita` professionali domandandole se avesse figli, Claudia avrebbe risposto così. Lo aveva promesso.
Ma è ancora ferma a cinquantatré.
– Niente figli.
– Sta pianificando di averne?
– No, no. Non adesso. Prima o poi. Poi.
– Ah, certo. Bene. Be’, lei ha davvero un ottimo curriculum, signorina Prati, una formazione di altissimo livello. Congratulazioni! Non le nascondo però che l’azienda in questa fase è più orientata verso un diplomato.
A sedici anni, Claudia credeva che la cosa peggiore che un uomo potesse dire a una donna fosse: «Ti lascio perché non ti merito».
Ingenua.
È: «Lei è troppo qualificata per questo lavoro».
– Comunque, le faremo sapere.
Le faremo sapere. Sono stato benissimo, ora però devo andare in missione segreta su Marte. Ti chiamo presto.
Claudia fa una smorfia di disgusto, le viene da vomitare.
In questi momenti la nausea è incontenibile, come se le ficcassero in bocca una matassa di peli di gatto e la spingessero giù in gola fino a strozzarla. Claudia trattiene il fiato, piega il busto in avanti premendosi una mano sullo stomaco e l’altra sulla nuca, per evitare che i lunghi capelli mossi e castani le ricadano sulla bocca finendo sotto il getto: – Tanto il linoleum è lavabile, no?
– Prego? Ma… che cazzo fa, attenta! Dio, che schifo… Ma si sente bene?! Guarda, mi è schizzato sulla scarpa, porco cazzo… Ma come sta, ha preso qualcosa che le ha fatto male?
– Sperma.
– Eh?
– Sono incinta.