Cronaca

“Il libro dell’incontro”, dialogo tra ex terroristi e vittime. “Così le nostre vite sono cambiate”

Nel volume del Saggiatore il racconto di un gruppo "autofinanziato" nato sette anni fa seguendo il metodo della giustizia riparativa, che prende a modello la Commissione per la verità e la riconciliazione del Sudafrica post apartheid. Partecipano ex membri di gruppi di lotta armata e famigliari delle vittime degli anni di piombo. Un percorso che il 17 giugno 2012 li ha portati insieme sulla tomba di Aldo Moro

“Mio papà è stato ucciso il 15 dicembre 1976 dal brigatista Walter Alasia“. “Io giravo con la P38”. Giorgio Bazzega (a destra) – figlio di Sergio, poliziotto ammazzato insieme al vicequestore di Sesto San Giovanni Vittorio Padovani – e Mario Ferrandi (al centro) – ex di Prima Linea condannato per concorso in omicidio del vicebrigadiere Antonio Custra a Milano il 14 maggio 1977 – escono sul balcone del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, quasi al buio, e riescono a recuperare un microfono per una “presentazione alternativa” de “Il libro dell’incontro” (Saggiatore), davanti a decine di persone rimaste fuori dall’auditorium. Perché dentro la sala è piena, non si può più entrare. Adriana Faranda – ex Br – Manlio Milani – presidente del comitato delle vittime della strage di Piazza della Loggia a Brescia, 1974 – e Agnese Moro sono già sul palco. Fuori, l’incontro “parallelo” e inaspettato.

“Fare giustizia non può, e non deve, risolversi solamente nell’applicazione di una pena”

Bazzega e Ferrandi, insieme a Giovanni Ricci – figlio dell’autista di Moro, crivellato da nove colpi in via Fani il 16 marzo 1978 – raccontano la storia di un gruppo nato sette anni fa, fatto dai responsabili della lotta armata e dalle vittime di quegli anni Settanta di sangue. Proprio come Faranda, Milani e Moro stanno facendo in sala. Il filone è quello della giustizia riparativa, che prende a modello la Commissione per la verità e la riconciliazione nata nel Sudafrica post apartheid. Una strada percorribile solo con la consapevolezza che la pena non basta senza riconciliazione, dove è centrale il danno “umano”, “l’ascolto attento che mette da parte l’impulso a voler avere tutto chiaro e la tentazione del giudizio”. Tutto autofinanziato, dove lo Stato e le istituzioni sono i convitati di pietra, e in cui chi partecipavolontariamente – è convinto che “fare giustizia non possa, e non debba, risolversi solamente nell’applicazione di una pena“.

Bazzega ricorda l’incontro con Ferrandi, prima su internet “dove scazzavamo, e gli facevo un sacco di domande”. Poi di persona. Mi è venuta voglia di conoscerlo, in lui ho trovato molta disponibilità. Una sera l’ho tenuto sveglio fino alle quattro per parlare. E’ un amico, gli voglio bene”. Prima, però, la sua è una storia di rabbia, di periodi “che mi facevo di cocaina senza ritegno”, dove “mi ero fatto anche una lista con nomi e cognomi per andarli a prendere a casa e ammazzarli. Tutti quelli che facevan parte dell’organizzazione. Tutti quelli che mi avevan privato di mio papà”. Che aveva identificato Curcio come il male assoluto “perché era quello che aveva indottrinato Alasia, che ha ucciso mio papà”. E che poi decide di vederlo di persona, in un centro sociale alla Barona, a Milano, dove era stato chiamato da alcuni ragazzi. “Gli ho dato una pacca sulle spalle e ho detto: ‘Stai tranquillo: io abito a cinquanta metri, sai chi sono io, sai chi era mio padre. Venivi a parlare qua a casa mia, volevo solo che mi guardavi in faccia, fine'”. 

L’incontro decisivo per Bazzega è con Milani, “un signore che si è visto esplodere la moglie di fronte, durante la strage di Brescia. Io sembravo un animale uscito dalla gabbia, arrabbiato nero, e mi sono trovato davanti questo signore che aveva vissuto una tragedia forse anche più scioccante, traumatica della mia, e invece affrontava le cose con una serena determinazione. Per me è stata la chiave di volta. E poi altri, fra cui alcuni ex. E be’, la mia vita è cambiata, è cambiata veramente”. Con la consapevolezza “anche che mio padre era morto per difendere la vita”, cioè quella dei famigliari di Alasia, presenti durante la sparatoria del ’76. “Quindi non potevo buttare via la mia”.

“Rispetto a Milani, che si è visto esplodere la moglie di fronte a piazza della Loggia, sembravo un animale uscito dalla gabbia”

Vivere, e non sopravvivere, anche per Ferrandi, che pensa “ai figli”, alle generazioni di oggi e di domani, a uomini e donne cristallizzati in un passato pesante per il quale hanno già saldato il debito con la giustizia. Alla sua immagine – come quella di altri ex – che rispunta, strumentalmente, sui giornali e dove “siamo ancora identificati come quelli con la P38. Ma sono passati quarant’anni”. Tanti, troppi anche per Giovanni Ricci, figlio dell’autista di fiducia di Aldo Moro. “La mia vita è stata rovinata dall’immagine del volto di mio padre crivellato di colpi. L’ho vista in tv. Ma chi ha ucciso in quegli anni ha una ferita ancor più grande della mia. Lo vedo. E lo sanno anche loro”. Inizia a pensare che forse quel “gruppo” – dopo tutti i tentativi falliti – possa essere una via per darsi una possibilità e andare oltre il tormento del passato. E gli anni, fatti anche di confronti aspri, hanno portato quel gruppo fatto di ex e vittime il 17 giugno 2012 sulla tomba di Aldo Moro, insieme.

“Consideriamo questo percorso soltanto un primo passo”, spiega la giurista Claudia Mazzucato (a sinistra), curatrice del volume e mediatrice insieme al padre gesuita Guido Bertagna e al criminologo Adolfo Ceretti. Ma c’è ancora chi “soffre talmente tanto” da rifiutare ancora l’idea del confronto. “Ricordo una volta di avere incontrato una persona per strada che, saputo del mio ruolo di mediatore, ha indietreggiato fino a rischiare di finire sotto una macchina”. Alcuni, poi, “hanno chiesto di essere dimenticati, altri di non essere citati, altri ancora di non essere riconoscibili”. Gli ex che partecipano sono “terroristi rossi”. Il confronto coi “neri” non è ancora possibile. “La distanza e il conflitto tra le due parti sono ancora irriducibili. Soltanto una volta hanno partecipato alcuni dei gruppi armati di destra. Poi basta”.

“Abbiamo condiviso la quotidianità. Poi magari c’era chi insegnava agli altri a pulire bene i corridoi ‘a lisca di pesce che si fa prima’ perché l’aveva imparato a San Vittore”

Un’esperienza di un dialogo a più voci dove, consapevolmente, la “verità storica di quegli anni non è stata toccata”, e dove al centro c’è il singolo in quanto persona. “Siamo arrivati a condividere la quotidianità. A passare prima qualche weekend e poi una settimana, d’estate, in montagna. Si lavavano i piatti insieme, si dormiva in stanze l’una vicina all’altra. Poi magari c’era chi insegnava agli altri a pulire bene i corridoi ‘a lisca di pesce che si fa prima’ perché l’aveva imparato a San Vittore“. Per alcuni ex il desiderio sarebbe quello di avviare una vera Commissione verità e riconciliazione anche in Italia, di coinvolgere Parlamento e istituzioni. Il timore è che l’opinione pubblica non sia ancora pronta, che al Paese sia ancora funzionale la memoria di un conflitto latente, esasperato allora e mai risolto dopo. Se le centinaia di persone dentro e fuori dall’auditorium a Milano possono significare qualcosa, forse i tempi sono cambiati.