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Incontri in chat, una storia di amore virtuale: il capitano Achab e la bolla di sapone

App-internetPer il capitano Achab, Moby Dick era un’ossessione, ben più dolorosa di quel morso che gli aveva staccato una gamba. Anche per la Balena Bianca Achab era un’ossessione, uno spasimante che viveva per lei, che non poteva smettere di pensarla anche se con cattive intenzioni. Le ossessioni, per quanto ci facciano soffrire, possono diventare il cemento di un legame, la nostra stessa ragione di vita. Se finiscono cesseranno gli incubi ma anche i sogni. Se la vittoria ha il vantaggio di un trofeo, il prezzo che si paga è la fine del rapporto fra due complici incapaci di trovare una relazione più sana.

Gianni e Maria, come tanti altri, si sono conosciuti sulle chat e sulle chat è attecchito il loro amore, o meglio è rimasto prigioniero. E’ un amore grande, che si nutre di lontananza e di virtualità e si trasmette esclusivamente attraverso i telefonini, dai quali dipendono come i dializzati dal rene artificiale. Pur vivendo lontano i due fidanzati stanno sempre vicino, si mandano infiniti messaggi, si sostengono a vicenda, condividono fotografie della loro vita, si giurano amore perpetuo, fanno sesso alla presenza telefonica dell’altro. Giorgio Gaber, quaranta anni fa, esprime in maniera geniale, nella canzone “Il narciso“, l’uso che queste personalità fanno degli altri: “… perché io con una donna… mi scopo!…” L’altro deve esistere come strumento per stimolare il rapporto fra me e me e non come una persona indipendente da amare. Fra i due ragazzi i tentativi di uscire dal gioco nella speranza/paura di toccare l’altro e rendere questo rapporto più reale, finiscono tutti miseramente. Incontrarsi realmente sarebbe eccessivamente pericoloso, potrebbe comportare la fine del gioco e delle sue protezioni, il mondo virtuale ci protegge dalla solitudine, dal rinnovarsi dei precedenti fallimenti, da quegli aspetti della soggettività dell’altro che non possiamo controllare, ma ci allontana dalla realtà e rischia di farcela perdere per sempre, come accadde ad Orfeo quando tentò di portare Euridice fuori dall’Ade a condizione di non guardarla mai nel percorso verso il mondo dei vivi: quando si girò a vedere se fosse proprio lei, la perse definitivamente.

Per Maria (Moby Dick) questo rapporto è appagante, una piantina delicata che le piace innaffiare tutti i giorni e che può vivere esattamente come una inafferrabile e iridescente bolla di sapone che scoppia appena si cerca di stringerla fra le dita. Fra i due sembra essere lei a dare le regole, in realtà è un gioco delle parti intercambiabile. Gianni (Achab) sente che questo amore non lo soddisfa, lo divora dall’interno, l’ossessiona, ma non ha nessuna intenzione di abbandonare il campo, perché la sua sfida consiste nel pensiero che un giorno stringerà realmente Maria, esattamente come l’ergastolano nella canzone di Lucio Dalla, come Achab ama questa sfida, e quindi una parte di sé, ben più di quanto ami Maria. Oggi Gianni e Maria si raccontano che sono usciti con degli amici, ognuno nella propria città: “Guarda è una cosa terribile tutti i ragazzi e le ragazze stanno con il cellulare all’orecchio, anche quando ballano”. Forse quel “terribile“, frutto di una visione speculare di loro stessi, è l’inizio di una possibile speranza.