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India, il ‘terrore allo zafferano’ che uccide scrittori e lincia chi mangia manzo

Più di 40 scrittori hanno restituito il prestigioso premio dell’Accademia Nazionale delle Lettere dell’India per protestare contro l’omicidio a bruciapelo di un importante intellettuale. La vittima era membro del Consiglio generale della stessa Accademia, colpevole secondo i 40 autori di non aver denunciato ufficialmente l’assassinio. La morte di MM Kalburgi è la terza di una serie in cui i cosiddetti “razionalisti” diventano bersaglio del rinascente “terrorismo zafferano” che prende il nome dal colore preferito per gli abiti degli ultranazionalisti indù, gli stessi dalle cui fila proviene il primo ministro Narendra Modi.

Il clima di drastica limitazione della libertà d’espressione e anche nell’alimentazione personale è reale, non è uno scherzo né un’impressione dettata dall’irrealtà dei media. Nelle ultime settimane sono tre i cittadini indiani e musulmani uccisi o linciati per essere stati accusati d’aver mangiato o contrabbandato del manzo. La vacca è un animale sacro per gli indù, questo lo sanno tutti. Meno persone sanno che molti indù invece il manzo lo mangiano. Ma sono i musulmani i bersagli del terrorismo indù. Il messaggio è stato lanciato forte, chiaro, terrificante a tutti: se scrivi contro i nostri Dei, rischi di venire ucciso; se ti nutri di animali a noi sacri, rischi di venire linciato. Questo è il cosiddetto “terrore zafferano.”

Sembra una contraddizione, nella pacifica India, l’India del sorriso serafico del non-attaccamento, dove lo zafferano al massimo si mette sul riso per farne un piatto delizioso, no? E invece è vero, dietro quelle tonache e quei turbanti che a noi possono ancora apparire a volte buffi, ora scalpita un Hindutva violenta, una forma di induismo nazionalista che si sente legittimato dal premier Modi. Se ne è scritto abbondantemente prima, durante e dopo la sua elezione, eppure sta proprio accadendo: una nazione secolare e aperta per dettame costituzionale sta muovendosi nella direzione di un “Pakistan Indù”, come qualcuno ha iniziato a soprannominare l’India.

Salman Rushdie ha lanciato l’allarme da New York: “Il silenzio del governo consente il nuovo livello di violenza criminale in India”, ha detto. E subito dopo gli sono arrivati 10mila messaggi d’odio per aver sostenuto gli scrittori indiani che restituiscono i loro premi. La scrittrice Nayantara Saghal, nipote del fondatore dell’India, il primo primo ministro della Repubblica indiana Nehru ha detto: “È in atto un tentativo di distruggere l’idea di India e mettere al suo posto un falso induismo, una sorta di monocoltura che non ha nulla a che vedere con l’induismo”.

Non sono solo gli omicidi dei cosiddetti “razionalisti,” ovvero autori che scrivono in difesa della scienza e della ragione, in giustapposizione alla religione. Non si tratta solo dei linciaggi de “la lotta per il manzo”, come titolano i tabloid, ma sono le piccole auto-censure dei baracchini delle città che non vendono più carne per paura di finire male, gli autori che temono di scrivere di religione. Oppure i “suicidi professionali” come quello di Perumal Murugan, autore Tamil che già a gennaio aveva annunciato che non avrebbe mai più scritto, per paura delle minacce ricevute, scomparendo dalla vita pubblica. L’editore Penguin India pochi mesi fa ha mandato al macero tutte le copie del libro dell’accademica Wendy Doniger sull’induismo, tra le proteste del mondo intellettuale. I segnali c’erano, sono stati dati tutti: ma l’intolleranza dell’estremismo nazionalista si sente davvero protetto dal silenzio di Modi.

Parlano invece i suoi uomini. Il ministro delle Finanze Arun Jaitley s’è lasciato andare alle invettive su Facebook: “Questa è una ‘ribellione di carta’ manovrata dall’opposizione”. Il leader BJP Mahesh Sharma ha optato per la battuta da Maria Antonietta: “Se dicono che non possono più scrivere, che smettano di scrivere!”. Dalle file delle Rss, gli estremisti indù dove militava Modi, questi scrittori che ridanno i premi sono solo “dei quadri comunisti frustrati”.

Modi infatti s’è lasciato scappare un “il BJP si è sempre opposto al pseudo-secolarismo”. Strano che non l’abbia detto ai tycoon della Silicon Valley quando il mese scorso era tutto uno sbracciarsi tra i vari Zuckerberg e Nadella e a farsi dire come l’India è una democrazia modernizzata, aperta, progressista.

Così l’oscurantismo indù mette a tacere il secolarismo tradizionale che ha fatto dell’India un luogo di convivenza, come ha ricordato il presidente Pranab Mukherjee in un discorso recentissimo: “La civiltà indiana è sopravvissuta 5mila anni grazie alla sua tolleranza. Ha sempre accettato differenza e dissenso. Un alto numero di diverse lingue, 1600 dialetti oltre a 7 religioni coesistono in India. La nostra Costituzione garantisce queste differenze”. Non possiamo abbandonare l’umanesimo e il pluralismo, ha concluso. Credendoci? Ma queste in realtà sono le parole che dovrebbero venire dal potere politico del premier Modi, non da quello simbolico del presidente Mukherjee.

Intanto gli Stati del Gujarat, Rajasthan, Chhattisgarh, Maharastra e anche lo Stato dell’Hayrana hanno aderito al bando del manzo. Dopo l’alcol, ora la carne di vacca è introvabile e proibita. Ma il rischio di una contravvenzione non è solo l’ammenda, ma il linciaggio. O la paura del linciaggio, che è quello che si è voluto creare.