Cultura

‘Tovaglia a Quadri’, ad Anghiari gli abitanti si fanno attori e raccontano il Paese

L’impianto è sempre lo stesso: una strada che si fa racconto e teatro, sedie e tavoli attorno ad una narrazione che, leggera e puntuale, non rinnega la sua prerogativa di entrare nella carne del paese, raccontandone il presente con un amo ben ancorato al passato. Si chiama comunità, un sentire cittadino unitario. E’ questa la cultura di Anghiari arroccata sulle sue pietre centenarie ma con lo sguardo che va ben oltre la vallata dove il vento fresco arriva a scompaginare. Struttura da una parte simile al Teatro Povero di Monticchiello, con gli abitanti che si fanno attori per una decina di repliche, diverso perché qui si cena durante la rappresentazione, si fa uso del canto e si punta sul brillante invece che dell’autodramma. Non si piange addosso Anghiari ma sorride.

Come la sua “Tovaglia a quadri” (quella classica e spessa e vagamente tra l’arancione e il rosato di Busatti, prodotto tipico di questa terra ed esportato), appunto, che non copre, non cela né nasconde ma mette tutti comodi attorno ai piatti della tradizione (bringoli al sugo finto e spezzatino e crostini e cantuccini) come attorno ad un focolare dove riprendere le storie lasciate dalla scorsa edizione, come riallacciare un filo, un legame, un trasporto, una tela di Penelope. Il paese va avanti e, anche grazie alla Tovaglia, cresce. Se ne sente la consapevolezza e la responsabilità, quel “play” tutto inglese che qui si assomma tra il gioco e il recitare.

Dal ’96 ci ha parlato e portato dentro piccole grandi storie, dalle miniere etrusche al Caravaggio, da Leonardo e l’eclisse alle prostitute, dai campi d’internamento al brigantaggio, dal manicomio ai tessuti, dall’emigrazione in Argentina alla svendita dell’acqua pubblica, dagli artigiani alla crisi della sanità, dall’economia del carbone agli animali da cortile, partendo dal locale fino ad arrivare al nazionale.

Con due professionisti come alla regia e drammaturgia Andrea Merendelli, nel suo basco e nel suo sigaro, e alla scrittura Paolo Pennacchini, nel suo cappello floscio e barba folta, le storie di Anghiari mantengono tutto il salubre del chilometro zero senza perdersi, con il dialetto valtiberino ad innaffiare con generosità il vissuto quotidiano e quindi ad esaltarlo, dentro le storture, le perifrasi, le congetture del teatro contemporaneo. Il pane sa di pane, qui, ed il vino di vino, sempre però con una bella spruzzata di metaforico, di parallelismo tra ciò che c’è e quello che potrebbe o poteva esserci. Di fondo è l’ottimismo, e non il cinismo, a vincere, il futuro e non la nostalgia (sempre presente però come termine di paragone essenziale per capire chi siamo e che cosa stiamo cercando), la fortuna dello stare assieme in questo mondo che si disgrega, che si disperde, che si frantuma. E’ la vittoria dei piccoli centri nei confronti delle metropoli che ci lasciano soli e insoddisfatti con i nasi dentro gli smartphone, migliaia di amici virtuali e nessuno di reale con il quale cenare o discorrere, che sia di meteo o del campionato di calcio in corso.

E’ l’umore e la pancia del paese a suggerire i temi da declinare, da affrontare, da scandagliare. “Disajob”, su quel filone di ironia e sagacia che pervade lo spirito di questi venti anni di “Tovaglia” (bravi, ironici e ormai compassati interpreti i vari Fabrizio Mariotti, Ermindo Santi, Mario Guiducci, Andrea Valbonetti, Rossano Ghignoni, Cecilia Bartolomei) e fa sorridere e pensare, e fa ridere e ricordare, ci porta ai tempi, in un ping pong (anche questo tratto necessario e distintivo perché “un popolo senza passato non può avere futuro”) tra l’emigrazione oggi, tra inglesismi renziani e briatoreschi, e l’emigrazione che fu. Sullo sfondo l’Australia, terra di salti, generazionali e nel buio, sociali e si spera di ceto, terra promessa per realizzare i sogni che qua, sembra, sia ormai impossibile, portare a frutto. E si rievocano storie e personaggi reali che un giorno hanno preso, nell’Ottocento o ad inizio Novecento oppure nel dopoguerra, la via di Sidney e dintorni, di chi è tornato con la coda tra le gambe apprezzando ancora di più il suo piccolo orto, o di chi è rimasto, ha fatto fortuna, ha formato una famiglia e non tornerebbe mai più indietro. Nessuno ti regala niente e molti “bamboccioni” nostrani pensano che all’estero sia più facile fare soldi e carriera.

Si recita tra i tavoli come affacciati alle finestre, dalle porte, dalle cantine. Un imbonitore, che sembra il pifferaio magico o il domatore dei ciuchini in Pinocchio, vuole convincere, con fare da Grande Fratello, da reality, da quizzone e telepremio, gli abitanti a lasciare la vecchia strada per incolonnarsi nella nuova, perdere le certezze, le tradizioni e uniformarsi sul grande raccordo anulare della globalizzazione appiattente. L’emigrazione italiana, quella per la fame di un tempo e quella per la scoperta e curiosità di oggi (non sempre è la tanto paventata “fuga dei cervelli”), poi fa rima con l’emigrazione degli altri nelle nostre terre in un melting pot a mantecarsi, a mescolarsi.

Molti i sassi lanciati nello stagno a decantare e a fare rumore, dall’accoglienza dei profughi allo spopolamento dei piccoli centri (come lo stesso Anghiari passato in cinquant’anni da 8.500 abitanti ai 3.000 di oggi), dalla “Maremma amara” cantata come bandiera di una terra natia che ci fa male ed è matrigna fino alle ruspe leghiste e ai rom. E’ un disagio la ricerca del lavoro, come è un disagio il vivere per lavorare. Il paese di Anghiari ci dice di aprire le finestre e di considerare la bellezza diffusa delle nostre città, grandi o piccole che siano, e di respirare a fondo prima di sentirci sconfitti, rassegnati e demoralizzati e depressi. La vita passa dalla buona tavola, dalle tradizioni, dai legami. In fondo siamo fili della medesima coperta, chiamala tovaglia se vuoi. Da soli saremmo spazzati via.

Visto ad Anghiari il 12 agosto 2015