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Migranti, Credit Suisse: “Spinta a pil Ue dello 0,2% l’anno. Le spese si ripagano”

La banca svizzera stima un beneficio fino allo 0,5% per quest'anno e il prossimo. Entro il 2020 l’Europa avrà bisogno di 42 milioni di occupati in più per sostenere il suo sistema di welfare. Ma Standard&Poor's avverte che senza una gestione efficace ci saranno conseguenze per i rating

Se ci si ferma alle cifre l’ondata migratoria che interessa l’Europa è un affare. Gli ultimi calcoli relativi all’impatto economico dell’immigrazione li ha messi nero su bianco Credit Suisse. La banca svizzera ritiene che la crescita media degli anni dal 2015 al 2023 dovrebbe beneficiare di una spinta aggiuntiva dello 0,2% portando l’aumento medio del Pil all’1,3% annuo. In particolare nel 2015 e nel 2016 il beneficio dovrebbe essere maggiore, nell’ordine di uno 0,5% aggiuntivo. Il Vecchio Continente è tale di nome e di fatto e “forze fresche” sono una manna per un’economia che si riprende con fatica. Per l’Italia questo ragionamento va moltiplicato al cubo. Il nostro paese è infatti tra quelli che da qui al 2036 sono destinati a perdere la quota più significativa di popolazione attiva. Secondo le rilevazioni del Fondo monetario internazionale, con le tendenze demografiche attuali nei prossimi 20 anni gli italiani in età lavorativa dovrebbero diminuire di circa il 15%. Così come in Spagna, in Ungheria e Grecia. Ancora peggio in Germania, dove è attesa una contrazione della forza lavoro del 20% circa. In Europa si salvano solo Francia e Gran Bretagna per cui non si prospettano cali ma, specie per l’Inghilterra, un moderato incremento. Meno persone al lavoro significa anche meno contributi versati e un sistema pensionistico sempre più difficile da sostenere.

L’economista Leonid Bershidisky ha stimato che entro il 2020 l’Europa avrà bisogno di 42 milioni di occupati in più per sostenere il suo sistema di welfare. La proiezione al 2060 è di 250 milioni. L’economista non prende posizione sul “come” ma le alternative sono pura questione di logica: o aumenta il tasso di natalità o arrivano più immigrati o si riducono le prestazioni. Nel suo rapporto, la banca svizzera mette in rilievo come inizialmente la gestione dei flussi migratori dovrebbe generare un aumento della spesa pubblica per organizzare accoglienza e inserimento: la sola Germania ha già messo a bilancio una spesa di 6 miliardi di euro, la Commissione Ue ragiona per ora su un piano da 2 miliardi. In questo modo vengono in sostanza forzate le costrizioni dell’austerità europea, regalando così una spinta aggiuntiva all’economia dello 0,2-0,3%.

Secondo Credit Suisse le spese per i migranti sono destinate a ripagarsi sotto forma di benefici alla crescita e quindi di aumento delle entrate fiscali. Detta in maniera brutale la gestione dei migranti non è un costo ma un (buon) investimento. Il report dedica particolare attenzione alla Germania, uno dei Paesi europei più penalizzati dalle dinamiche demografiche e che ha scelto la via dell’accoglienza. Le associazioni imprenditoriali stanno spingendo per favorire questo processo agevolando l’ingresso di migranti, specie se con capacità professionali. La Camera del commercio e dell’industria tedesca ha sottolineato anche come gli immigrati presentino solitamente un alto livello di imprenditorialità. Una volta stabilitosi in Germania, uno su cinque ha infatti avviato un’impresa creando, solo nel 2015, circa 45mila nuovi posti di lavoro.

Sull’effetto sostanzialmente positivo da un punto di vista economico dei flussi migratori concorda anche l’agenzia di rating Standard&Poor’s, che fa però un’importante precisazione. Se la situazione sarà gestita in modo efficace i benefici supereranno i costi, diversamente è possibile che l’emergenza generi qualche pressione sui rating dei paesi più direttamente coinvolti dal fenomeno. Il pericolo, per Standard&Poor’s, è la crescita di nazionalismi e populismi in Europa. L’aspetto politico tende in genere a essere un po’ sottovalutato nei report delle istituzioni finanziarie. Quello siriano è un esodo imponente, i rifugiati sono circa 4 milioni e si confrontano con i circa 1,2 milioni di arrivi nei primi anni ’90 dai Balcani o con i 15 milioni di spostamenti seguiti alla seconda guerra mondiale. Nuovi ingenti flussi migratori sono attesi dal Bangladesh e, se le cose non cambieranno, dalle altre aree del Mediterraneo e del Medio Oriente destabilizzate. E’ inutile negare che, in assenza di interventi (e stanziamenti) adeguati, questi arrivi metteranno forte pressione sulle fasce più deboli della popolazione. Aumenterà il numero di chi si contende risorse scarse come gli alloggi pubblici, i sussidi o le agevolazioni intensificando il rischio di forti tensioni sociali e il rafforzamento dei movimenti politici più estremisti.