Zonaeuro

Grecia, verità e miti su disoccupazione, povertà e corruzione alla vigilia delle elezioni

Domenica si vota (di nuovo) ad Atene. Ma molti luoghi comuni sono falsi: il boom pre-crisi ha reso più dolorosa la recessione, però lo Stato è più virtuoso di altri

Per tutta l’estate, soprattutto in reazione all’annuncio del referendum contro il pacchetto di aiuti negoziato dall’Eurogruppo e dal Consiglio prima, e delle elezioni poi, una grossa fetta dei cittadini del Continente ha preso a discutere di Grecia, euro, Alexis Tsipras, Mario Draghi. Purtroppo però il dibattito si è spesso fortemente polarizzato: molti di quelli che hanno sviluppato un’opinione hanno cominciato a esprimerla in termini di “poveri greci” o “greci pigri”. Chi ha ragione? Tutti. La tragedia greca è complessa e semplificarla si rischia di peccare di superficialità. Come si fa a capire se i greci meritano di essere salvati o buttati dalla torre? I dati ci vengono in soccorso.

Pil e tassi di disoccupazione
Cominciamo con il Pil pro-capite. Nella zona euro cresce molto lentamente: posto il valore del 2000 uguale a 100, quello stimato per il 2016 è di appena 111. In Grecia invece si osservano ampie variazioni: aumenta del 30 per cento tra il 2000 e il 2008 per poi calare dello stesso ammontare successivamente. Seguono lo stesso andamento i consumi. Collegata al Pil è la dinamica della disoccupazione: fatto 100 il valore del 2000, in Grecia raggiunge un valore pari a 69 nel 2008, il calo più rapido di tutta la zona euro, dove nello stesso anno è pari a 86. Quello pre-crisi è stato, infatti, un periodo di solida convergenza per i mercati del lavoro europei. Con lo scoppio della Grande Recessione, il tasso di disoccupazione aumenta del 30 per cento nella zona euro, mentre in Grecia esplode, raggiungendo livelli mai osservati

Infografica di Simone Pisani

prima: tocca il valore 246 (+146 per cento) nel 2013 ed è ora in lento declino. Per il 2016 è atteso di 207 (+107 per cento).

Povertà, spesa sociale e stipendi pubblici
L’andamento al rialzo degli indicatori di povertà fornisce argomenti solidi a chi simpatizza con la “tragedia greca”, soprattutto perché ancora più rapidamente del tasso medio è aumentata la percentuale della popolazione in stato di grave deprivazione materiale. Questo aggravarsi sul piano sociale procede di pari passo con la riduzione della spesa statale media pro-capite per edilizia sociale, famiglia e disoccupazione proprio nel momento di maggiore bisogno. In euro, va da 100 nel 2000 a 139 nel 2009 per poi tornare vicina a 100 nel 2012.

Un’altra variabile chiave è la retribuzione dei dipendenti pubblici. Quelli che accusano i greci di essere pigri scopriranno che nel 2006 la massa salariale del settore pubblico è stata pari a circa il 10 per cento del Pil in Grecia, in linea con la media dell’area euro. E mentre negli altri paesi sale moderatamente, in Grecia scende, nel 2014, sotto il valore 100 (che in questo caso corrisponde al 2006).

Riforme strutturali: Greci pigri?
Il capitolo pensioni è uno dei più sensibili, nel dibattito pubblico – così come nei negoziati con i creditori. Secondo i dati Ocse, i greci hanno iniziato ad andare in pensione sempre prima negli ultimi quindici anni, in forte contraddizione con la tendenza osservata in altri Paesi europei in risposta all’invecchiamento demografico. La forte divergenza della Grecia dalla tendenza europea è confermata dai tassi di partecipazione al mercato del lavoro dei lavoratori nella fascia d’età 55-64: mentre il tasso di attività sale del 50 per cento nella zona euro tra il 2000 e il 2014, in Grecia resta stabile e di conseguenza cresce la spesa per le pensioni più rapidamente che negli altri Paesi. Partendo da 100 nel 2000, aumenta fino a raggiungere il valore 220 nel 2014 (154 nella zona euro).

Il fronte su cui i greci avrebbero potuto e dovuto ottenere risultati migliori è quello della corruzione. Gli indicatori sulla qualità delle istituzioni della Banca Mondiale mostrano un grave deterioramento per l’intero periodo analizzato (2000-2014) e che non è quindi determinato dai tagli alla spesa pubblica. L’Italia segue la stessa traiettoria, a differenza del Portogallo – altro Paese travolto dalla Grande Recessione – che invece resta stabile.

Quindi: poveri greci ma…
Negli ultimi cinque anni l’economia greca si è contratta bruscamente. Molti indicatori qui riportati, come il Pil pro capite e i consumi stanno tornando oggi al valore del 2000, dopo un periodo di boom a cui ha fatto seguito una recessione dolorosa. Questo è solo una consolazione minore per i greci che vedono i tassi di disoccupazione e di povertà raggiungere livelli difficili da accettare. Poveri greci. Eppure una battaglia più convinta contro la corruzione e una migliore distribuzione delle medicine amare imposte dalla Troika avrebbero reso l’aggiustamento più sopportabile. Forse è tardi per la Grecia su questo punto, ma speriamo la lezione valga almeno per l’Italia.

di Ilaria Maselli
Research Fellow del Centre for European Policy Studies (CEPS) a Bruxelles

dal Fatto Quotidiano del 16 settembre 2015