Cultura

‘Odore di mare’ di Kaemmerle è mix letale di solitudine, incomunicabilità e lucidità

“Il mare è un immenso deserto dove l’uomo non è mai solo, perché sente fremere la vita ai suoi fianchi”. (Jules Verne)
“Sul mare non è come a scuola, non ci stanno professori. Ci sta il mare e ci stai tu. E il mare non insegna, il mare fa, con la maniera sua”. (Erri De Luca)
“Vi sono solo tre cose al mondo che sono oggetto della mia venerazione – il mare, l’Amleto e il Don Giovanni”. (Gustave Flaubert)

Santa Maria a Monte – Scordatevi il “Sapore di mare” di pizze fredde e birre calde. E pure “Gente di mare” del trio sanremese. Anche se l’attacco è una carezza zuccherina al suono di “Love Boat”, con il velluto schiumoso delle corde vocali di Little Tony. Fuorviante, come quelle ringhiere bianche da transatlantico in mezzo ai tetti, alle tegole e ai comignoli. In Italia sappiamo fare obbrobri e scempi, chiamando addirittura architetti per poterli congegnare, disegnare, apostrofare, firmare, darsi un tono.

E così, a Santa Maria a Monte, piccolezza nel pisano, per proteggere un’antica chiesa, si sono costruite sopra architravi e tubi di ferro pensiline color acqua marina, con tanto di pedane, marcie e rialzate dalle intemperie, che sembra realmente di stare su una nave da crociera, di quelle che fanno ombra a San Marco, di quelle fotografate da Gianni Berengo Gardin e di cui il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro ha impedito la mostra. Tra i mattoni e l’intonato sfatto si staglia questo pontile che si affaccia sul deserto. Qui la fascinazione di Andrea Kaemmerle ci ha visto, aggrappato a queste travi metalliche, il golfo di Marsiglia dove le suggestioni di Jean Claude Izzo fanno da àncora e sponda: “Il mare insegna ai marinai dei sogni che i porti assassinano” (Bernard Giradeau).

Marinaresca, delinquente, incantevole, ingannevole, napoletana, pericolosa, affascinante, viscerale, feroce, sfuggente, poetica, sgusciante, infinita Marsiglia. Solo a Galliani, al solo nominarla, si rizzano i capelli. E’ abbandono tra i vicoli, è odori che s’infiltrano tra le pieghe del corpo e degli abiti, è scendere dentro se stessi e riemergere mutati, astratti e carnali, in quel limbo da immersione dentro la pancia-madre amniotica che tutto ha generato, in quel caos ordinato senza senso che trova la sua quadratura del cerchio proprio in quella estemporaneità, in quel codice sotterraneo di regole non scritte che si annusano dopo pochi passi di pastis, ungendosi nella bouillabaisse, la zuppa di pesce di queste latitudini: “Il mare non è mai stato amico dell’uomo. Tutt’al più è stato complice della sua irrequietezza” (Joseph Conrad).

Kaemmerle ha sempre più il passo di Salgari o Conrad, qui infrattato a Marsiglia, ora disperso sulla transiberiana nell’altro suo cult “Vagoni Vaganti” dove sostituisce, con il suo racconto empatico e stralunato, la funicolare livornese verso Monte Nero con la celebre ferrovia che da Mosca raggiunge Vladivostok: “Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare” (Jorge Luis Borges).

In questo budello sotto terra, che come per alchimia diviene stiva, incrociamo un “topo di mare”, ex lupo di mare, ex capitano, ex Schettino. Come se dovesse scontare una colpa. Se ne sta sotto, rintanato dagli sguardi degli altri, riparato e rifugiato ma non da se stesso, il più implacabile dei giudizi. Rimane affossato, (de)relitto sul fondo dei propri giorni persi. Ha perso nave, lavoro (“diventi intoccabile”), famiglia, dignità. Accanto a lui, che navigava per amore della libertà, della solitudine, per sentire il salmastro, per godere della natura, violenta e splendida allo stesso tempo, navi immense (“Il mare non lo vedi neanche, sei a trecento metri d’altezza, come essere sulle Dolomiti”) tradiscono lo spirito del mare, lo fanno sembrare un grande salotto dove fare foto, giocare a minigolf, mangiare fino a scoppiare. Si sente solo, escluso, imprigionato, impossibilitato ad andarsene, violato, ingannato: “Il mare è l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita” (Herman Melville).

Ha la tuta blu da operaio e la rabbia repressa di chi è da troppo tempo solo a macinare nelle proprie angherie passate. Potrebbe essere Novecento, ma gli manca uno strumento, anche se a fare da contraltare a tutta quest’angosciosa melanconia ci pensano le note e le strofe di De Andrè, genovese e sardo, (alla chitarra un funambolico Andrea Barsali, che ora l’accarezza, adesso la pizzica, infine la lusinga e la liscia) che pareggiano rugiada, lacrime e brezza che solca gli zigomi. Certamente non ha avuto la stessa sorte di Ulisse che a casa c’è tornato: “La vera pace di Dio comincia in qualunque luogo, a mille miglia dalla terra più vicina” (Joseph Conrad).

L’emigrazione, la disoccupazione e il mare si mischiano in un cocktail ad alto tasso di scoramento, in quel solco arato da Alvaro Mutis e il suo concetto di “disperanza”, mix letale di solitudine, incomunicabilità e lucidità: “I pescatori sanno che il mare è pericoloso e le tempeste terribili, ma non hanno mai considerato quei pericoli ragioni sufficienti per rimanere a terra” (Vincent Van Gogh).

Visto a Santa Maria a Monte, Pisa, il 25 agosto 2015.