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Usa, università: voti più bassi a chi utilizza termini razzisti e omofobici. È proprio così?

Negli scorsi giorni è stato generato un notevole dibattito attorno alla presunta presa di posizione da parte di alcuni docenti della Washington State University. Secondo alcuni mezzi d’informazione, i professori Rebecca Fowler, Selena Lester Breikss, John Streamas avrebbero deciso di penalizzare gli studenti che usano parole come “illegal alien”, “colored” invece di “person of color”, addirittura “male” e “female”. Il termine “illegal alien” è largamente utilizzato nei documenti giuridici americani e ha spesso colpito l’immaginazione di chiunque arrivi da fuori gli Stati Uniti (nella cultura popolare “alien” uguale extraterrestre). Basti pensare al cantante Sting “…I am an alien, I am a legal alien… I am an Englishman in New York…”. “Illegal alien” è da evitare, tanto quanto l’equivalente italiano “immigrato illegale,” perché sono le azioni a essere illegali, non le persone come tali.

È stata riportata correttamente la notizia? È possibile davvero essere bocciati per l’uso di un linguaggio inappropriato? I docenti delle università americane pubblicano all’inizio dell’anno un syllabus (indice, elenco) che è molto più di una semplice lista degli argomenti: contiene le informazioni necessarie per gli studenti riguardo al corso. I syllabus dei professori “incriminati” possono essere scaricati qui, qui e qui. Personalmente, ho trovato istruttiva la loro lettura e penso di sfruttarne alcune idee. Il syllabus fornisce anche informazioni su come lo studente sarà valutato e sull’atteggiamento che ci si aspetta sia tenuto in classe. Ad esempio, tutti i docenti stressano sull’importanza di seguire le lezioni, perché a livello universitario non è solo lo studente a imparare dal docente, ma tutta la classe ad apprendere dalla comunità. Le assenze, qualsiasi sia la motivazione, sono sanzionate in modo molto pesante. Il plagio nella stesura degli elaborati è punito severamente. È impedito durante la lezione l’uso di dispositivi elettronici che distolgono l’attenzione come smartphone e altro. Quando mi capita di osservare alcuni comportamento sopra le righe da parte di qualche studente, più che riprenderlo l’invito a sedersi alla cattedra e a osservare i suoi colleghi. Personalmente, l’esperienza di sedermi di fronte e non tra gli studenti è stato un cambio di prospettiva sorprendente. È inutile nascondere il telefonino sotto il banco. Gli studenti non hanno la percezione di essere visti, ma in realtà le azioni inappropriate sono palesi per chi è di fronte.

Ritornando ai corsi in questione, questi trattano temi specialistici come “Introduction to Comparative Ethnic Studies”, “Introduction to Multicultural Literature”,” Women & Popular Culture”. Quali sono però le vere conseguenze sui voti, l’argomento forse più sensibile per gli studenti?

Dal syllabus della prof. Selena Lester Breikss:
Gross generalizations, stereotypes, and derogatory/oppressive language are not acceptable. Use of racist, sexist, homophobic, transphobic, xenophobic, classist, or generally offensive language in class or submission of such material will not be tolerated. (This includes “The Man,” “Colored People,” “Illegals/Illegal Aliens,” “Tranny” and so on – or referring to women/men as females or males) If I see it or hear it, I will correct it in class since it can be a learning moment for many students. Repeated use of oppressive and hateful language will be handled accordingly – including but not limited to removal from the class without attendance or participation points, failure of the assignment, and – in extreme cases – failure for the semester”.

Ovvero: non è la fine del mondo se qualcuno durante la discussione utilizza termini impropri. Se scappano delle parole fuori posto, che tra l’altro sono largamente presenti nella cultura popolare di tutti i Paesi del mondo, questa è un’occasione per correggersi tutti assieme. Quanto sarà concretamente l’eventuale penalizzazione? Dal syllabus di Rebecca Fowler:
If you use the above terms in your writing [attenzione: nello scritto, non nel parlato!], your grade will suffer a deduction of one point per incident”.

Un solo punto di penalizzazione! Per un confronto, se ne perdono 50 per un’assenza. La scala di voti utilizzata dalla professoressa prevede ben 1000 punti. Con il 94% dei punti si può comunque ottenere una “A” piena, in altre parole il massimo dei voti. Insomma, addirittura alcuni ospiti del programma radiofonico “la Zanzara” di Giuseppe Cruciani non dovrebbero avere troppi problemi a passare questo corso se si applicassero.

Quindi, nessun atteggiamento “politically correct” esagerato, come invece frainteso dalla maggior parte dei commentatori americani invocando Donald Trump e il suo linguaggio “franco”. Ogni insegnamento ha la sua terminologia, per cui è comprensibile che chi volutamente la ignori riceva un voto basso, e che eventualmente persistendo in un atteggiamento scorretto ne paghi le conseguenze. L’università è un luogo ove si apprendono non solo le nozioni, ma il pensiero critico e a divenire cittadini migliori. Su quale base si possono contestare questi professori americani?