Mafie

Processo ‘Vulcano’: in Riviera romagnola fu metodo mafioso

Romagna 640

Depositate pochi giorni fa le motivazioni della sentenza di primo grado con la quale a dicembre scorso sono stati condannati in 9 (altri quattro assolti da tutte le accuse), per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il processo era nato da una costola della maxi-indagine ribattezzata “Vulcano”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, assieme al Ros, riguardante le attività e gli interessi delle articolazioni del clan dei Casalesi tra Emilia – Romagna e la Repubblica di San Marino. Al centro della vicenda, le pressioni di alcuni “gruppi criminali” – così definiti dai magistrati – su una coppia di imprenditori con attività economiche a Riccione e sul monte Titano. Nelle 150 pagine di motivazioni, i giudici del Tribunale di Rimini ricostruiscono come l’incontro avvenga quando, a causa di difficoltà economiche, i due decidono di avvicinarsi alla Fincapital, società finanziaria sammarinese di fatto riconducibile all’avvocato-notaio Livio Bacciocchi (già assolto per questo procedimento, mentre per quello “parallelo” Titano dovrà difendersi in Cassazione contro la condanna per riciclaggio). Da lì, scrivono i magistrati, “l’instaurazione di un rapporto di fiducia e l’ignara entrata delle persone offese nel circuito di un illegale recupero crediti, che ha visto le vittime in balia di professionisti paralleli del credito che, attraverso un sistema di avvicendamento fornivano protezione agli imprenditori da personaggi inquietanti, per poi passare dalla parte di coloro che o si facevano portavoce di minacce o metodi altri ovvero minacciavano direttamente a seconda delle circostanze”.

Il riferimento è al “passa-palla” subito dalle vittime, le quali finiscono per essere avvicinate ogni volta da “gruppi criminali” diversi, intenzionati a soddisfarsi sulle proprietà dei due imprenditori. Ad essere evocati sono i ben noti contesti criminali della camorra campana e con loro tutta la serie di conseguenze che la coppia avrebbe subito qualora non avessero assecondato le richieste dei “creditori”. Fondamentale, secondo i giudici riminesi, l’incontro del 4 e 5 novembre 2010 presso un bar di Miramare di Rimini, dove una delle vittime viene portata al cospetto di Giuseppe “Zio Peppe” Mariniello, considerato il boss dell’omonimo clan camorrista di Acerra. Qui il capo-clan, omaggiato dagli altri uomini del gruppo, avrebbe ricordato all’imprenditore di dover pagare il debito, sottolineando che così fanno gli “uomini d’onore”.

Nella vicenda fa poi la sua comparsa il terzo “gruppo criminale” individuato, quello più spiccatamente espressione del clan dei Casalesi (tant’è che uno degli imputati è quel Massimo Venosa, membro dell’omonima famiglia, già indicato da diversi pentiti suoi familiari come membro apicale del sodalizio).

Numerosi, poi, sono i servizi di osservazione e le intercettazioni che documentano come le attività estorsive siano perseguite con metodi violenti quali percosse, minacce più o meno velate e vere e proprie “dimostrazioni”. Tra questi, l’incontro all’Hotel Quo Vadis di Rimini, dove lo stesso imprenditore viene schiaffeggiato da Giovanni Formicola, salito appositamente dalla Campania con altri soggetti per “portare l’imbasciata” alle vittime, convincendole a soddisfare le richieste di denaro; la minaccia riportata da Francesco Agostinelli (imputato considerato trait d’union tra il circuito economico locale e i vertici dei Casalesi) alla coppia, circa le metodologie utilizzate dagli stessi Casalesi: “So come fanno questi qui, sciolgono i bambini nell’acido”. Infine, l’episodio del pestaggio subito da uno degli imputati (poi assolto per l’accusa di usura) all’interno di un capannone a San Marino, fatto utilizzato come “dimostrazione” alle vittime, per indurle a pagare.

Secondo i giudici del Tribunale di Rimini (presidente Massimo Di Patria, giudici Silvia Corinaldesi e Raffaella Ceccarelli), dunque, dietro l’apparente lecita concessione di prestiti e recupero crediti, tra Romagna e San Marino si celava l’attività criminale finalizzata ad estorcere denaro ai propri clienti, divenuti successivamente vittime degli stessi. Estorsioni che a parare dei magistrati venivano perseguite facendo ricorso al cosiddetto “metodo mafioso”. A muovere i membri dei tre “gruppi criminali” era “lo scopo di acquisire in modo soprattutto indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche. Le vittime infatti (definite “le galline delle uova d’oro”) operavano nell’edilizia e nel settore dell’abbigliamento, tant’è che un’attività destinata a clienti facoltosi erano situata nel pieno centro di Riccione. Per realizzare ciò, pur non essendo oggetto del processo la loro appartenenza, gli imputati non esitavano a ricorrere a far riferimento ai clan di camorra e ai Casalesi, se non addirittura a presunte parentele e vicinanze con Raffaele Cutolo.

Particolarmente rilevante, infine, il riferimento dei magistrati all’atteggiamento delle vittime, le quali non hanno mai denunciato le pressioni e le angherie subite. Secondo i giudicanti, tale circostanza va letta come “espressione di vera e propria omertà, tipica del contesto in cui sono avvenuti i fatti, preferendo trattare con gli estorsori che rivolgersi alle autorità, nel timore di conseguenze più dannose”. Una terza presunta vittima, peraltro, dopo essersi inizialmente rivolta ai Carabinieri, non si è però presentata in Tribunale a deporre come testimone, facendo perdere – sembra – le proprie tracce.

Queste dunque le motivazioni alla base della sentenza, in attesa del processo d’appello a Bologna. Una pronuncia che anticipa il processo c.d. “madre”, nell’ambito del quale, il prossimo ottobre, diversi tra gli stessi imputati alla sbarra in questo primo filone processuale (circa 50 persone in totale) si troveranno nuovamente davanti ai giudici del Tribunale di Rimini. Tra le accuse di tentato sequestro di persona, estorsione ed usura, spicca anche quella di associazione a delinquere di stampo mafioso, operativa in tutta l’Emilia-Romagna e in altre regioni.

di Patrick Wild