Società

Migranti: alcune perplessità sull’integralismo dell’accoglienza assoluta – I

È il caso di spendere qualche parola sulle dichiarazioni fatte da Renzi davanti al pubblico di Cl. Il Premier promette che salverà tutti i migranti che si mettono in mare, e poi si preoccuperà di dare loro un futuro; questo per non cedere al provincialismo della paura, e per non rinunciare a secoli di civiltà.

Quest’ultima versione del formulario cerimoniale con cui, al solito, si demonizza qualsiasi modalità di dissenso verso l’ideologia immigrazionista dell’ “accogliamoli tutti”, mi suscita cinque perplessità:

Primo, prepotenza: si sa, il linguaggio politico ha le sue regole, ma degradare a miserevole “paura” la divergenza, i dubbi, la critica, e quindi ridurre la paura a gretto provincialismo, mi pare implichi una prepotenza argomentativa; un modo un po’ troppo dispotico per destituire di razionalità qualsiasi forma di opposizione al diktat dell’accoglienza assoluta, ammiccando alla ormai solita “reductio ad Salvinum”. E di questa binarizzazione dell’“o accogli tutti, senza se e senza ma, o sei come Salvini, quindi razzista”, non se ne può più.

Secondo, ignoranza: dubbi simili mi vengono quando sento ridurre tout court la civiltà all’accoglienza incondizionata. La civiltà è accoglienza ma anche rifiuto, la civiltà s’è fatta tra “ponti” e “mura”, è storicamente stata equilibrio, spesso drammatico, tra gli aneliti della communitas e dell’immunitas, della piena apertura e della chiusura totale. Civiltà è accogliere, accogliere tutti sperando che vadano altrove è viltà mascherata da eroismo.

Terzo, ipocrisia: il messaggio sostanziale che ne esce “possiamo accogliere tutti e poi garantirgli un futuro” è un messaggio ipocrita perché non ci sono risorse per tutti quelli che popolano questo tsunami migratorio che è oggi solo all’inizio: premesso che, oltre e prima della condivisione di un insieme minimo di valori di base, non vi sarà mai integrazione reale senza lavoro, l’illusione di poter assicurare un futuro a tutti rimanda al mito della disponibilità illimitata di risorse, alla fantasticheria edenica di un mondo in cui basta “tagliare la testa al re” – ossia approdare a un potere buono e giusto – perché ce ne possa essere per tutti. Purtroppo non è così: finora siamo stati in grado di garantire ai migranti perlopiù delle forme di sfruttamento, ora sono finiti anche i posti da neo-schiavi; e, quando si romperà il profittevole incantesimo dell’economia dell’accoglienza, ci accorgeremo che, se arrivano mille persone al giorno senza che ogni giorno si creino mille posti di lavoro, si alimenta negli anni un problema grosso, e di difficile soluzione.

Quarto, incoscienza: questo “possiamo accogliere tutti e poi garantirgli un futuro” significa seguitare incoscientemente a ripetere un messaggio incosciente già troppe volte sentito. Incosciente perché questa promessa di salvezza e benessere attraverso le migrazioni è una narrazione che ha un potere enorme di fomentare la crescita dei flussi migratori. Ciò è deleterio giacché avviene in uno scenario di non sostenibilità di questi approdi di massa, prima di tutto per la consistenza demografica e i tassi di natalità del Sud del mondo. Dare questo messaggio a un mondo di miliardi di persone che, entro una visione religioso-tribale della famiglia, seguitano a far fare sei figli a donna per mandarne uno qui perché possa spedire i soldi lì in modo da far arricchire il parentado e aumentare la filiazione, significa alimentare un processo catastrofico. Questo è ciò che diffusamente avviene all’ombra della spettacolarizzazione del dramma dei rifugiati, e sarebbe il caso d’iniziare a prenderne atto.

Quinto, imprudenza: seguitare a predicare la dottrina dell’ “accogliamoli tutti” senza farsi venire il minimo dubbio sulle intenzioni di chi arriva, quando dall’altra parte del Mediterraneo c’è chi fa sempre più plateali annunci islamisti di conquista e annientamento, mentre vari “talebani faidate” iniziano a gironzolare per l’Europa con kalashnikov al seguito, è alquanto imprudente. Certo, finora non è sbarcato nessuno munito di regolamentare tesserino da terrorista, ma questo, magari messo insieme alla paura del “provincialismo della paura”, basterà per fidarsi di tutti? Capisco che siamo andati per secoli ad ammazzare mezzo mondo, ma non mi pare il caso di cedere per questo a certe inconsapevoli tentazioni di reciprocità a favore dell’odio anti-occidentale di matrice islamista.

Perciò, in sintesi e massimamente, questa mi pare l’ennesima dimostrazione di una politica del “faccio arrivare tutti e mi pulisco la coscienza, sperando sotto sotto che vadano altrove; tanto per ora, almeno finché regge questo grottesco welfare emergenziale degli aiuti umanitari, l’industria della solidarietà va a gonfie vele, poi si vedrà”. Ciò mi risulta avvilente prima di tutto in quanto intrinsecamente paradossale: più si sostiene l’ideologia ‘fondamentalista’ dell’ “accogliamoli tutti”, più ne arriveranno, più ne arriveranno più si paleserà l’evidenza che, date le condizioni demografiche dei luoghi di partenza e quelle strutturali di quelli di approdo, non si possono accogliere tutti; non si sarebbero dovuti accogliere tutti. Sono le pretese soluzioni messe in campo per risolvere l’emergenza a riprodurre e amplificare la stessa emergenza che avrebbero dovuto risolvere.

Non si tratta di non voler comprendere il dramma umano dei migranti, ci mancherebbe: si tratta di concedere ai ragionamenti su questi fenomeni anche un piano de-enfatizzato, per capire che, soprattutto a lungo termine, le migrazioni a Nord non sono la soluzione per i problemi del Sud del mondo (per quelli causati da “noi” e per quelli causati da “loro”).

Non si tratta di non avere paura, tanto più che anche il chiudere gli occhi con l’incoscienza del “poi si vedrà” tradisce in fondo una paura. Si tratta di usare il cervello, per capire che con questo ritmo da qui a una decina d’anni questi flussi causeranno un disastro di proporzioni che oggi solo s’intravedono. Si tratta di uscire da una visione immediata alimentata dalla cultura dell’emergenza, per approdare a uno sguardo a lungo termine. Si tratta di trovare una mediazione tra la cultura dell’accoglienza e la cultura della sicurezza, per capire che dobbiamo accogliere, ma non possiamo accogliere tutti.

continua…