Cultura

Teatro Povero Monticchiello, in scena ‘Un Paese che manca’

ph Fabio Rossi
ph Fabio Rossi

Monticchiello – Se il Teatro Povero è nato con una funzione, con un’intima urgenza, cioè “salvare” il borgo del piccolo paese a sette chilometri da Pienza, immerso tra colline gialle, covoni di paglia e cipressi ad indicare le strade bianche, nuvole a grappoli e casolari di pietra, oggi si ha la sensazione di un lento ma progressivo abituarsi al clamore, all’evento. Bisogna dire che quarantanove anni sulle spalle si sentono eccome, e ci aspettiamo fin da adesso un qualcosa di unico e speciale, eccezionale e di mai visto per l’edizione numero 50 del 2016. Le istanze del paese rimangono ancorate ad un passato che pian piano scema nei ricordi e nelle foto ingiallite, in quel “come eravamo” che trova difficilmente corrispondenze con l’oggi. I giovani che lasciano Monticchiello per le grandi città vicine, Siena, Firenze, Roma, oppure l’estero, è un tema che accomuna tutti i ventenni o i laureati dello Stivale, i lavori agricoli hanno sempre meno appeal per la fatica da una parte che richiedono i campi, per la poca redditività della terra, sempre più soppiantata da pale eoliche o da pannelli solari che rendono meglio.

Le case abbandonate, i poderi venduti, gli stranieri che comprano sono gli argomenti contro i quali la vis di Andrea Cresti e Giampiero Gigliotti, regista e autori dei testi negli ultimi anni, si scagliano. Ma la questione, se vogliamo, risulta irrisolvibile. Come non diventare una foto da cartolina? Monticchiello è patrimonio mondiale dell’Unesco, tutto il borgo vive di alto turismo tra esercizi alimentari e di ristorazione o collegati all’alloggio, tra b&b e agriturismi. Ora, vista così, sembra che la realtà sconfessi l’arte, che il quotidiano fronteggi il piccolo mondo antico. Ormai si è alla cartolina e, come capita e capiterà sempre più a tutto il Belpaese, saremo sempre più votati alla ricezione dei ricchi turisti che pagano e pretendono di trovare lo stereotipo di un’Italia forse che non è mai esistita.

Nel nuovo Un paese che manca (la metafora piccolo-grande, paese-Paese è sempre in voga e presente) il pretesto è il compimento dei vent’anni dell’ultimo ragazzo del villaggio. Una festa che è anche un funerale, sorrisi che diventano lacrime e nostalgia, più che brindisi è una sconfitta. Ma se gli “anziani” e i saggi del paese la vedono e la sentono, la soffrono e la subiscono come una battaglia perduta, i giovani dall’altra parte possono anche cogliere le possibilità di soddisfare la loro curiosità di viaggiare, vedere, andare, conoscere, verbi ed azioni impensabili per abitanti di un piccolo centro. La difesa di un territorio e della sua storia e tradizioni diventa nel tempo, causa la chiusura e la non apertura al nuovo e al moderno, limite. Le mura spesse delle fortezze non permettevano al nemico di entrarvi ma dopo un po’, in stato d’assedio, nemmeno di approvvigionarsi dall’esterno. Un canale di passaggio, di scambio è fondamentale altrimenti il lago diventa stagnante e i pesci muoiono.

Il dialetto sgrammaticato della Val d’Orcia come l’amatorialità dei suoi interpreti (alla fine una trentina sulla scena, posta in Piazza della Commenda a fianco del Duomo) sono elementi imprescindibili e immancabili, irrinunciabili, così come la cena alla Taverna del Bronzone, sotto la navata della chiesa, tra pici, salsicce e formaggi locali.

Accanto all’ultimo ventenne, da festeggiare o da evocare come l’ultimo panda in circolazione, è la chiusura dell’ufficio postale a rianimare gli spiriti focosi senesi. Sono i tempi che mutano, sono i cambiamenti (a volte hanno ragione a chiamarli “peggioramenti”) che qui vengono demonizzati. Ogni passo nel futuro viene visto di traverso, mal accettato. Il nuovo (che non significa che sia positivo per assioma) porta sempre ridimensionamenti e scompensi, un riassestamento necessario. E’ indubbio anche, d’altra parte, che tutto si muove verso altre direzioni e rimanere fermi e ancorati ad un passato che esiste soltanto nei ricordi è comunque fallimentare. Certamente Monticchiello lotta, a suo modo, con il teatro, e non è morto, e questa è già una bella notizia e una bella quotidiana vittoria. Vittoria che ha bisogno di un continuo flusso di sangue e vitalità, di innesti (nel cast ci sono due ragazzi stranieri).

E’ la lotta, che non dev’essere fotografia statica del passato, che li ha resi così vivi e fieri. Certo il grande bivio tra ottimisti (renziani, jovanottiani, pifiani) e i pessimisti (tutti gli altri: ripresa, quale ripresa?) è ancora fervido e caldo e spacca anche il paese. La rabbia qui ha portato al teatro, al mettere in mostra, in piazza i propri problemi, il proprio grido che si è fatto drammaturgia. Qui la reazione è tangibile e il teatro è divenuto cassa di risonanza e motore principe, momento di aggregazione e capacità di solidarietà, di unione. “Il paese che manca” è uno spauracchio; se solo l’Italia avesse la forza che ha questo manipolo di poche centinaia di abitanti monticchiellesi che si sono rimboccati le maniche ed hanno pensato a come fare, senza tante chiacchiere né primarie, ad uscire dall’impasse, si vedrebbe la luce in fondo al tunnel.

La metafora felliniana dell’apparizione del “giocattolaio” con le sue invenzioni ludiche e ingegnose in legno è quel tocco di fil rouge di fondo che non si spegnerà mai seppure gli smartphone prendono piede e campo, è l’inventiva manuale che non soccomberà di fronte alla tecnologia dei computer che ci rendono più digitalizzati ma sempre meno esperti della manualità e dell’arrangiarsi, è quel sogno magico che aleggia e pervade, è lo spirito del paese (che non manca, assolutamente!) che protegge e veglia. Si può dire che il paese ha fatto il teatro, e che il teatro continua, anno dopo anno, a contribuire nel fare il paese.