Società

Europa e anti-europeismi: compianto per quell’idea dimenticata e incompresa

Tempi carichi di minacce per il cuore malandato di un vecchio simpatizzante del Movimento Federalista Europeo. Ossia l’organizzazione fondata il 27 agosto 1943 da Altiero Spinelli e altri antifascisti, tra cui Ernesto Rossi; promotrice di quel messaggio che ora una canea di sputasentenze, disinformati e saccenti, si permette di svillaneggiare ed irridere.

Eccoli qua, i “so-tutto-me” dell’invettiva e del pernacchio: filosofi baby e macro-economisti monotematici (morte alla moneta comune!), storici ossessionati dal mito delle (Piccole) Patrie ed esperti domenicali in geopolitica; nazionalisti arrabbiati, cui nessuno aveva spiegato che lo Stato-nazione è invenzione dell’Assolutismo, più altra guitteria. E molti terroristi verbali. Sempre e comunque personaggi convinti che il mondo sarebbe nato con loro, ieri mattina.

Aveva un bello scrivere nel 2004 Zygmunt Bauman che ‘L’Europa è un’avventura’ (Laterza, Roma/Bari 2006), “il grande esperimento che ambiva a superare definitivamente la cronica propensione per le guerre civili tra classi, interstatali o transnazionali che fossero” (pag. 76). Quanti – del resto – si sono accorti che al vecchio sociologo polacco faceva eco lo storico delle idee franco-bulgaro Tzvetan Todorov, propugnatore di un’Europa come spazio plurale (“è in questa molteplicità, che si sarebbe potuta credere un ostacolo, che gli illuministi hanno visto il vantaggio dell’Europa”, ‘Lo spirito dell’illuminismo’, Garzanti, Milano 2007 pag. 110).

Insomma, quanto due notevoli intellettuali ci mandano a dire dalle periferie del continente è che l’utopia positiva dell’integrazione resta l’unica innovazione spaziale in campo nel giro di millennio: lo spazio pacificato dove coltivare solidarietà e cosmopolitismo, benevolenza e cooperazione nel mondo spaccato a metà dalla guerra fredda (partenariati trasfrontalieri, progetti Erasmus, diffusione di modelli di governance partecipata, ecc.). Come capivano benissimo i popoli del Terzo Mondo che nel 1955 a Bandung scelsero il non allineamento tra Est e Ovest, guardando con interesse l’esperimento di costruzione europea. Costruzione tuttora attuale, visto che le sue ragioni permangono assolutamente valide: la globalizzazione, imponendo dimensioni di governo che oltrepassino i confini vetero statuali; la crisi della Modernità, recando con sé già dagli anni Settanta – come ha scritto lo storico parigino Marcel Gauchet – lo smarrimento dell’idea di futuro, malamente surrogata da un “presentismo” senza prospettive.

Ecco, l’Europa continua a essere campo di governo e idea di avvenire. Ma è anche un progetto che ha perso slancio negli ultimi venticinque anni. Quelli dell’infezione neoliberista (con relativa infiltrazione nei palazzi di Bruxelles e Strasburgo).

Una battuta d’arresto che le pigrizie intellettuali di una pubblica opinione beatamente dissennata, cui il degrado delle pratiche politiche (e del relativo personale) legittima un dilagante semplificazionismo alla ricerca di capri espiatori per frustrazioni spesso biografiche, certificano come fallimento definitivo.

Il rigetto di un disegno prezioso che si alimenta dei risentimenti prodotti dalla moneta unica, dimenticando che “il grimaldello teutonico” non è altro che l’effetto imprevisto della maldestraggine degli altri europei, Mitterand in testa; che da bravi apprendisti stregoni cercarono di ancorare monetariamente la Germania del dopo unificazione. Responsabilità che abbiamo dimenticato, ferme restando le fallimentari prestazioni tedesche in quanto odierno Paese centrale del sistema-Europa. Pasticcio finanziario da risolvere con salti innovativi verso un’Unione sempre più politica, sempre più democratica. Ma tenendo ben desta l’attenzione sul significato inestimabile del cantiere istituzionale temporaneamente bloccato. Come hanno capito benissimo i due partiti “nuovi” dello scenario europeo – Podemos e Syriza – i quali propugnano un New Deal continentale, non certo puerili liquidazioni. Un momento rifondativo che parta dalla ritrovata identificazione nei principi con cui ci si appropria collettivamente del nostro futuro.