Moda e Stile

Victoria’s Secret a Milano: primi negozi monomarca in Italia per il marchio di lingerie statunitense

Fondato nel 1977 a San Francisco, il brand vede il proprio successo crescere di anno in anno: tra gli ingredienti delle vendite record, i prezzi accessibili e l'immagine patinata, con modelle bellissime coinvolte in show spettacolari. Ma sono molte le polemiche che riguardano, periodicamente, l'azienda di Leslie Wexner: dall'eccessiva magrezza delle indossatrici alla produzione a basso costo in Burkina Faso

 

Il negozio fisico ancora non c’è, ma la pagina facebook già lavora a pieno regime. Lo sbarco in Italia di Victoria’s Secret, il noto marchio americano di lingerie, un evento lo sarà certamente. Se non altro perché il brand è diventato famoso sì per reggiseni, slip e costumi da bagno sexy, ma soprattutto per le sfilate-show, quelle grandiose (e costose: nel 2011 il budget è stato di ben 12 milioni di dollari) e un po’ kitsch kermesse trasmesse pure in tv in cui le più belle modelle del mondo sfilano semi-nude e con grandi ali attaccate alle spalle (ormai marchio di fabbrica del brand), sfoggiando le collezioni della stagione ma anche reggiseni-gioiello tempestati di diamanti, rubini e smeraldi.

Gli angeli di Victoria’s Secret sbarcano dunque in Italia e per la precisione a Milano (e dove se non nella capitale della moda?), con addirittura una doppia apertura: il primo store in via Torino (21 luglio) e il secondo in Corso Vercelli (23 luglio). Saranno tempi duri per le concorrenti Intimissimi e Yamamay. Perché il brand è agguerrito e, non contento dei mille store già sparsi negli Stati Uniti, dei 5 miliardi di dollari di guadagni e dell’e-store con il quale spedisce in tutto il mondo, vuole espandersi anche in Europa. E dopo i 10 negozi aperti in Gran Bretagna, ora è la volta del nostro paese, dove finora era possibile acquistare la lingerie di Victoria’s Secret solo nei duty free di alcuni aeroporti (oltre che online, pagando però dazi e tasse).

Partner italiano di Victoria’s Secret è Antonio Percassi, patron dell’Atalanta nonché a capo di un gruppo che ha già notevole esperienza nello sviluppo e nella gestione delle reti commerciali di grandi marchi come Gucci, Nike, Polo Ralph Lauren e ha contribuito alla diffusione in Italia di catene come Zara o brand come Guess, Calvin Klein e altri. E’ stato lo stesso Gruppo Percassi, lo scorso 23 marzo, ad annunciare la partnership. Il marchio Victoria’s Secret (il nome è un riferimento alla regina Vittoria) è stato fondato nel 1977 a San Francisco ed è stato subito un successo, anche se il profilo che conosciamo oggi è dovuto a Leslie Wexner, che ha acquistato la società nel 1983, rinnovandola profondamente e lanciandola verso nuovi orizzonti tramite il franchising internazionale e la vendita online e per catalogo. Oggi Victoria’s Secret distribuisce anche profumi e cosmetici, che i consumatori italiani potranno acquistare nei nuovi negozi milanesi insieme con una collezione di accessori (porta trucchi, borse, piccola pelletteria, occhiali da sole) e una selezione di prodotti di lingerie.

Belle, sfavillanti, intriganti: così le modelle di Victoria’s Secret sfilano sulle passerelle, con le loro ali da angelo o da farfalla, per vendere un sogno, oltre che un reggiseno, indubbia promessa di femminilità per milioni di donne nel mondo. Non senza cadute di stile, per dir così. L’anno scorso il brand è stato al centro di un fuoco di polemiche dopo il lancio della campagna pubblicitaria che aveva per slogan “The perfect body” illustrata da un gruppo di modelle la più grassa delle quali al massimo era una taglia 40. Un boomerang, che scatenò la rabbia dei consumatori, con proteste e petizioni, tanto da costringere la società a cambiare il controverso slogan in “A body for every body”.

Un paio di anni prima, invece, un’inchiesta del sito economico americano Bloomberg aveva rivelato che dietro il cotone biologico utilizzato per realizzare alcuni capi di Victoria’s Secret c’era lo sfruttamento del lavoro minorile in Burkina Faso. Ne è seguita un’inchiesta delle autorità americane, che però non hanno potuto dimostrare che la compagnia (che ha subito affermato che i propri «standard proibiscono il lavoro minorile») ne fosse al corrente, visto che, come spesso accade, le aziende si rivolgono per lo più a fornitori locali e raramente si preoccupano di sapere cosa accade da quel punto in poi della filiera produttiva (un “incidente” analogo è capitato anche al marchio spagnolo Zara). Il paradosso è che l’azienda si era fatta un vanto di utilizzare «cotone biologico e fair-trade» «buono per le donne e buono per i bambini che da loro dipendono» per sostenere l’uso di materie prime sostenibili e a vantaggio delle donne contadine africane.
Ma tanto ci pensano gli angeli a far dimenticare le brutture del mondo.