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Grecia: cartoline dalla crisi /III

Mentre esperti, politici, economisti, giornalisti disegnano ogni giorno tutti gli scenari possibili del dopo-referendum, in un’isola sperduta dell’Egeo, tra turisti stranieri disorientati e greci rassegnati, la discussione politica entra, lentamente, nel vivo. Con esiti imprevisti. E un inguaribile fatalismo. 

29 giugno 2015

La crisi è dappertutto. E’ in cielo, in terra, in ogni luogo, come il Dio inflessibile del catechismo. Questa mattina mi sono svegliato e ho trovato un foglio sotto la porta. Il dispaccio numero 1 del Bed & breakfast diffuso “Villa Vasilis” con vista sul porticciolo, 50 euro a notte incluse pulizie, fornelletto anti-zanzare e una bottiglia di acqua in frigo.

A CHI VISITA O ANDARE A VISITARE LA GRECIA è il titolo del breve comunicato nella sua versione Google-italiana, che segue a quella inglese e francese. Spiega i controlli di capitale “imposti dal governo greco” e cerca di rassicurare i turisti. I controlli riguarderebbero, infatti, solo i greci. Chi ha una carta di credito o un bancomat straniero può continuare a prelevare senza limiti. Sempre che il bancomat funzioni.

Mi precipito dalla signora Francisca alla reception per un commento a caldo con la prima scusa che mi viene in mente. In effetti si è fuso il cavo di ricarica del cellulare, forse il voltaggio è troppo alto, forse potevo evitare di comprare un cavo tarocco per 3 euro. Ma è inutile piangere sul latte versato.

«Buongiorno signora, come sta? Senta, dove posso trovare un cavo come questo?».

Inizia una lunga disanima sui negozi di cellulari, ferramenta, articoli per la casa dell’isola. A un certo punto arriva anche Petros, il marito e i due si perdono in un battibecco su orari di apertura, prezzi, marche di telefonini. Non ci voleva. Il discorso si allontana troppo dal mio obiettivo. Cerco di riportare i coniugi al vero motivo della mia visita.

«Grazie, grazie mille per i consigli! Allora, guardate, li provo tutti e tre. Vediamo chi ha il rapporto qualità-prezzo migliore. A proposito: grazie per il messaggio sotto la porta, ora siamo più tranquilli». Ecco, ce l’ho fatta, per un pelo.

Francisca si gonfia d’orgoglio, aspira altre due volte la sigaretta che tiene in mano dall’inizio e la spegne in un lungo posacenere di vetro verde trasparente. Lo sgabuzzino della reception è ormai completamente infestato dal fumo.

«Questa mattina sono arrivati i due ragazzi francesi, quelli della 4», mi dice agitata. «Hanno letto su Internet, hanno preso paura. Non hanno abbastanza contante. Allora gli ho detto come stanno veramente le cose e poi mi sono permessa di scriverlo a tutti gli ospiti».

«Ha fatto bene, benissimo. Quindi nessun pericolo?».

«No, quali pericoli? Ormai l’avrete capito: vogliono colpire solo noi, i greci. Siamo noi i cattivi. Voi no, voi non c’entrate niente. E poi ci dicono che l’economia è globale, che siamo tutti uguali davanti ai mercati. Non ho mai sentito una palla più grande di questa».

«E’ una discriminazione», rilancio io.

«Una discriminazione bella e buona».

«Sì, discriminazione», ripete docile il marito che sembrava essersi spento per qualche minuto.

Mezz’ora dopo saliamo con la macchina in paese. Sorprendentemente due bancomat hanno ripreso a funzionare. Nei negozi musi lunghi e umore a terra. Tranne che in farmacia, dove la farmacista saltella sorridente tra gli analgesici e i protettori gastrici.

Prima di tornare a Villa Vasilis ci fermiamo in un bar per un caffè. La televisione è accesa, c’è Tsipras che parla. Lo vedremo comparire per il resto del giorno in tutte le altre Tv dell’isola, dalla trattoria sul mare al negozietto di ceramiche scavato nella roccia. Sembra di assistere a una partita interminabile, dove tutti segnano e sbagliano i rigori simultaneamente. Il barista barbuto mi guarda e mi dice qualcosa in greco.

«Mi scusi, ma non capisco», gli rispondo in inglese.

«Ah, pensavo fosse greco. Volevo dire che è tutto un gioco, è tutto un poker. Vedrà che il referendum non si farà. Mica ci credo che ce lo fanno fare».

«Ma lei cosa voterebbe?».

«Io voterei no, ma non voglio che si torni alla dracma. Meglio l’euro. Ma voi di dove siete?».

«Italiani, siamo italiani».

«Una faccia, una razza».

«Una faccia, una razza».