Cultura

Quante vite servono per depositare in banca un milione di euro? La risposta nelle foto di Antonella Di Girolamo

62 pupille spalancate che ti fissano e gridano rabbia. Sono comuni mortali per salari da fame. Hanno un nome, una professione, un’età all’anagrafe, e una in banca, doppia, tripla, impossibile per depositare sul conto un milione di euro. Il numero, iperbolico, per una denuncia: vietato di questi tempi mettere da parte dei soldi anche se uno lavora sodo. Si chiama “Apparent million age" la mostra che riapre a Firenze, nelle sale della libreria Ibs, fino al 31 luglio

Giuseppe, 31 anni, operatore sociale e uno stipendio di 1.050 euro. Per guadagnare un milione di euro gli servono 80 anni di lavoro. Tre vite in pratica. Luca, 37 anni, gelataio, 1.100 euro al mese: due vite di coni e coppette per portare a casa quella cifra. Laura, 56 anni, tecnica informatica, 1.700 euro al mese, ha bisogno di 49 anni di sudore. E poi c’è Andrea, Stefania, Davide, Sara, Willy, Eleonora. Ingegneri, impiegati, redattori, designer, commessi. Anche a loro una vita non basta.

Nel mondo reale si chiama “Apparent million age”: il titolo della mostra fotografica di Antonella Di Girolamo, che riapre a Firenze, nelle sale della libreria Ibs, fino al 31 luglio. Trentuno primi piani, 62 pupille spalancate che ti fissano e gridano rabbia. Sono comuni mortali per salari da fame. Hanno un nome, una professione, un’età all’anagrafe, e una in banca, doppia, tripla, impossibile per depositare sul conto un milione di euro. Il numero, iperbolico, per una denuncia: vietato di questi tempi mettere da parte dei soldi anche se uno lavora sodo. “Tempo e denaro sono categorie che corrono su due binari diversi – spiega Di Girolamo, fotogiornalista romana -. L’idea degli scatti mi è venuta un giorno al bar, davanti a un caffè, chiacchierando con un amico. Mi ha chiesto cosa avrei comprato se vincessi il superenalotto, l’appartamento prima e dopo il mio così allargo la mia casa, ho risposto. Lui mi ha fatto notare che avrei potuto prendere l’intero palazzo. Ho capito che avevo una percezione sfasata dei soldi. Ho fatto un sondaggio tra gli amici e mi sono resa conto che non ero l’unica. Dichiarare il proprio stipendio, che di solito noi italiani preferiamo tacere, dentro l’obiettivo della macchina fotografica è un segno di protesta. Per trovare i modelli non c’è voluto niente”. Lo sfondo è una macchia di colore sfuocato, ogni volta diverso, perché diverso è ognuno di noi. Ma il destino, quello no, quello per adesso ce l’abbiamo in comune. Sguardi, rughe, labbra, stampate su carta lucida. Un silenzio che fa rumore e si incolla nella testa.

La mostra è stata allestita la prima volta a Roma nel 2013. Nel pubblico è scatta un’empatia immediata. E la voglia di riscatto: “In tantissimi mi hanno scritto – racconta Di Girolamo -, vogliono farsi fotografare, sono disposti a rivelare quanto hanno in tasca, non si vergognano più, sono delusi, stanchi, rassegnati”. Per dare voce a tutti ha attivato una community su Facebook (“AMA – Apparent million age”), dove è possibile postare il proprio ritratto, con nome, età, impiego e calcolo matematico per arrivare a prendere un milione di euro. Una somma pari al prezzo della corruzione quotidiana. Quella che leggiamo troppo spesso sulle pagine della cronaca. Dal Mose, alla Fifa e Mafia capitale. Tanto per fare degli esempi freschi freschi. La gente non ne può più di sopravvivere nell’imbuto delle illusioni. “Ho ricevuto richieste dalla Germania e dal Portogallo – conclude la fotogiornalista – Hanno detto che anche là la mostra potrebbe funzionare”. Nel catalogo sono presenti diversi interventi. Quello di Carlo Bernini, docente di metodi matematici alla Sapienza, che ha suggerito anche il titolo del progetto. Quello di Antonio Cantaro, (professore di Diritto costituzionale all’Università di Urbino), Giovanni Caputo (psicanalista), Daniele Vitturini (storico dell’arte e critico della fotografia) e Riccardo Pieroni (fotografo e docente di Tecnica fotografica all’istituto superiore “Roberto Rossellini” di Roma).