Cultura

Manu Chao sulla Sila che suona Bee

È uno di quegli appuntamenti da cerchiare in rosso sul calendario.

25 luglio, altopiano della Sila, località Molarotta, 200 ettari di verde nel Centro sperimentale delle biodiversità vegetale e animale dell’Arsac (il regno della bovina podolica calabrese, nulla da invidiare all’angus argentino), all’imbrunire: Manu Chao e un concerto a 1330 metri d’altitudine. La sua prima volta in Calabria con il tour internazionale La ventura che lo vede impegnato soprattutto al sud.

Anticipato da Radio 2, l’evento è organizzato da Archimedia, per la direzione artistica di Giampaolo Calabrese, produzione esecutiva Piano B, nel contenitore La Sila suona Bee: claim che riecheggia l’onomatopeica del verso ovino. Un’occasione che nasce dalla volontà dei singoli e rari apporti della cosa pubblica.

Lo scopo? Riappropriarsi del territorio attraverso la musica e il cibo. La fruizione musicale nella natura: un connubio perfetto in uno scenario unico giacché qui i fondali, l’allestimento scenico, lo fanno gli alberi immersi, per il laboratorio Nanodiagnostics di Modena, nell’aria più pulita d’Europa, e i boschetti adiacenti l’area concerto diventano camerini per gli artisti.

Già perché nella fruizione musicale il contorno non è secondario. E le zone food sono a cura del Gruppo d’azione locale Sila autentica, un consorzio di sigle della gastronomia calabrese d’alta qualità. Sicché in attesa del concerto puoi gustare cibo a km0 (suino nero, formaggi d’altura, vini dell’area silana…), da empatia con i luoghi.

Musicista globalista della banlieue parigina, padre galiziano madre basca, icona new global da Clandestino (oltre 4 milioni di copie vendute), Manu Chao è una bella cifra culturale in una terra quotidianamente approdo di sbarchi. Di più, l’artista è noto per l’impegno ecologista in difesa di quel polmone verde che è l’Amazzonia: un bel testimonial per una montagna verde tutta da valorizzare. Lo inseguivano da tempo per un concerto d’alta quota. L’hanno convinto sulla suggestione sottesa all’evento: che le montagne e gli alberi non devono più bruciare, che l’ambiente è un fatto etico, un bene comune da difendere. Eh già, difendere la Sila: risorsa ancora inespressa. Una foresta straordinaria, potenziale attrattore di turismo estivo e invernale, un altopiano di 150.000 ettari di cui 73.965 di Parco nazionale, uno di quei rari posti dove puoi ancora incontrare i lupi o se alzi lo sguardo verso un cielo “blu da ipnosi” per Wim Wenders puoi scorgere i falchi involarsi. Da Camigliatello alla grazia delle case in legno di Silvana Mansio passando per le pietre di Carlomagno (altare del re carolingio?) sino a Lorica, sul lago Arvo, la parte più autentica dell’altopiano. Eppure in questi anni la Sila di rado è stata valorizzata. Di sicuro non l’aiuta l’insediamento a Celico d’una discarica di 300 tonnellate al giorno d’indifferenziata. Come avere una ricchezza a portata di mano e non curarsene.

Certo non siamo al grado 0 del bio turismo culturale: qui l’impegno per la valorizzazione glocal c’è stato ed è nato dal connubio tra impulso di singoli privati e apporto del pubblico. È andata così per il Parco Old Calabria sui viaggiatori del Grand Tour, o per il Museo narrante dell’Emigrazione e la nuova sezione Madre Mare sull’immigrazione, nell’antica vaccheria di Torre Camigliati, targati Fondazione Napoli 99, felici intuizioni di Maurizio & Mirella Barracco. È andata così per la ricerca su gusto e i sapori locali dello chef Pietro Lecce, per le Fattorie aperte e il Gal Sila Autentica.

È andata così per la rassegna La Sila suona Bee. La prima edizione è stata a settembre: il live di Vinicio Capossela a Monte Curcio (1785 metri) raggiungibile in ovovia. Ora la seconda edizione: a luglio Manu Chao e a settembre (il 13) Alessandro Mannarino e il concerto di chiusura del tour #Corde2015, sempre a Monte Curcio raggiungibile con cabine di risalita ipertecnologiche, capaci di veicolare 2000 persone l’ora, d’inverno al servizio degli sciatori ora prestate al trasporto dei melomani.

Una bella occasione per vivere la Sila e riappropriarsi d’un luogo meridiano. Un modo nuovo di produrre eventi slow cost dal pubblico consapevole e condivisione delle popolazioni locali. Non a caso aspettando il concerto a Spezzano della Sila le notti precedenti il Festival s’animano di tradizioni popolari, con magazzini convertiti in cantine. Non sarebbe male questa volta che la sfera pubblica se n’accorgesse, magari per appropriarsene.