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Heysel, trent’anni dopo ospite a Bruxelles della Rtbf

Sono stata invitata dalla RTBF, la televisione nazionale belga, per partecipare alla trasmissione dedicata ai 30 anni dell’Heysel. Avevo scritto due settimane fa un reportage sul Fatto Quotidiano, in cui raccontavo la strage, la tragedia, dal punto di vista dei belgi, essendo andata allo stadio Re Baldovino per cercare nuove testimonianze.

Con me c’era ospite anche Stefano Tacconi, il portiere della Juventus che giocò quella partita, e che insieme a Platini riprese l’aereo per il Belgio per andare in ospedale a trovare i feriti, il giorno dopo che arrivarono in Italia. La trasmissione (questo il link per vederla) è stata molto interessante, ricca di spunti nuovi, e il punto di vista belga è un elemento da non sottovalutare.

Sono molto fiera di aver partecipato al programma, in veste di giornalista e scrittrice che si è spellata le mani nel corso degli anni per raccontare il calcio ‘come luogo abitabile’ (come mi ha detto Valdano un giorno), e che davanti a questo dramma non fa altro che studiare e leggere e documentarsi, facendosi domande su domande, e cercando di rigirarle a chi ha il potere di cambiare il cose.

Abbiamo anche parlato della violenza negli stadi oggi (sono stata negli stadi più violenti del mondo, e ho raccontato nei miei reportage zone d’ombra e momenti di sollievo), e il parere di un tifoso inglese presente ha fatto scattare subito uno scambio di battute molto acceso. Il presentatore era Michel Lecompte, molto stiloso, molto forte come presenza intellettiva, come garbo, e come modo di fare: questo ha permesso di tenere le argomentazioni su un livello alto. Il tifoso inglese, Pascal Geens, sosteneva che i supporter del Liverpool siano stati istigati dagli italiani, nel commettere le violenze. Sosteneva che l’anno prima a Roma per la finale di Coppa del Campioni, Roma-Liverpool, si siano aperte le sfide, con agguati fuori dallo stadio per tifosi dei Reds, e quello accaduto all’Heysel nel 1985 fu soltanto un regolamento di conti. Ecco, questo passaggio mi ha fatto molto indignare: ho ricordato come il Times stesso abbia titolato il giorno successivo che gli italiani hanno istigato gli inglesi, e che questo concetto è intollerabile. Non porta a niente. Innesca solo conseguenze disastrose e a ripetizione. E’ un modo di interpretare le cose del tutto di parte, che non aiuta certo a risolvere la situazione. La dialettica, seppur in francese, ha avuto toni accesi. Ma quel che conta sono anche le altre testimonianze e il resoconto di Tacconi, che con molta pacatezza, ha anche ricordato che i teppisti non c’entrano niente con i supporter del calcio. Per me, vale la stessa considerazione.

Il dolore è personale e non può essere condiviso. Ma la memoria restituisce dignità al dolore. Dietro ogni dramma esiste una vita, e siamo obbligati a stare vicini a queste vite, ricordando i drammi come quello dell’Heysel. La memoria è un lavoro, una scelta. Le vittime dell’Heysel non sono juventini, sono italiani, sono persone: non sbagliamoci, questa distinzione minerebbe in modo imperdonabile il peso reale della tragedia, perché la ridurrebbe ad un fatto calcistico, e quindi è sbagliata. Per questo sono fiera di aver partecipato e aver difeso la memoria. Ero bambina quando seguivo già il calcio in tv, e quando successe l’Heysel non capivo niente, facevo domande in casa e nessuno mi sapeva rispondere. Ora, da grande, sono io che riporto le domande a chi può dare risposte (anche qui il calcio è un pretesto, come ricordo spesso). E comunque il calcio, come diceva Javier Marias, deve tornare ad essere un ritorno settimanale all’infanzia.