Cultura

N.E.R.D.S. a teatro, dallo sfigato inglese al rigurgito ipocrita borghese

I reflussi possono essere fisici e fisiologici oppure metaforici e dell’anima. C’è qualcosa che dentro fa tappo, che tenta di uscire senza trovare la via di fuga, che s’intorcina ad imbuto, che si aggroviglia non lasciando passare aria né respiro. E se il gioco sintattico da calembour di Bruno Fornasari, autore e regista di stampo britannico, associa il termine “nerd”, lo sfigato mutuato dall’anglosassone che ha assunto un peso specifico diffuso e trasversale anche nella lingua di Dante, alla patologia (acronimo) che descrive il rigurgito e la difficoltà ad una corretta digestione, o se vogliamo il comune mal di stomaco, gastrite e bruciori che attanagliano gran parte della popolazione, allora il testo, fin dai primi vagiti, subisce un’esplosione scenica. Da una parte, tradotta con grande ironia british, fredda, cinica, brillante ma che mai scade in una discesa da gag fine a se stessa, e dall’altra implode alla ricerca dei meccanismi, tutt’altro che sarcastici, di questa famiglia “normale” e borghese, emancipata e consuetudinaria, che, come edera, si avviluppano moltiplicando bugie su menzogne, agli altri e a se stessi, ipocrisie e finzioni sparse.

Avete presente “Festen”, la pellicola nordica cinica e dura, cruda e caustica che entrava dentro una famiglia abbiente e consona, lineare e conservatrice, in uno di quei giorni che rinsaldano le tradizioni, i vincoli familiari, i legami di sangue, creando quella frattura, della distanza, quel solco tra il noi e il voi, rimarcando i segni e i simboli del nucleo di base, sottolineando le diversità, le difformità e le fortune di farne parte rispetto a tutti gli altri là fuori? Momenti da celebrare, da brindare, e blindare, da sorrisi e fotografie. In questo clima di festa (anche il prato è di un verde finto e sintetico e troppo acceso quasi psichedelico, quasi fosse stato alterato da Lsd) quattro fratelli, ad una prima occhiata così dissimili, si ritrovano per fare i conti, per rimettere le cose a posto, fare bilanci, arrivare ad un punto, cercare soluzioni. La festa, si sa, odora di rito, di fine e di nuovo inizio. E’ taumaturgica e catartica, utile frazione tra il come eravamo e cosa vogliamo diventare.

C’è infatti un’idea di fine, di the end (senza happy), che piomba infausta, tra queste sedie di metallo, queste anatre (né PaperinoDuffy Duck) che appollaiate sembra ne sappiano molto di più rispetto agli umani che continuano ad arrabattarsi da millenni sugli stessi errori, per poi dannarsene, rimpiangerli, ritornare al principio come gioco dell’oca (appunto) senza termine né salvezza. Quattro fratelli (Tommaso Amadio, Riccardo Buffonini, Michele Radice, Umberto Terruso, affiatati, eclettici, precisi in un gioco al massacro condito con vitalità, spunto, brio e guizzi) per quattro modi diversi di stare al mondo per quattro modalità di insicurezza e insoddisfazione per quattro standard di dolore alla bocca dello stomaco, sintomo primario, allarme che il corpo invia alla psiche, spia accesa sul malessere che è tutto tranne che fisico. La bocca dello stomaco, appunto: la bocca è il luogo dove si formano le parole, dal quale si articolano i pensieri, fuoriescono fiumi in piena di concetti e flussi ben disposti di articolazioni, e lo stomaco l’agorà dove vengono digeriti e consumati e decomposti i cibi, per gli arti e per la mente. Lì, il piloro, colonne d’Ercole, il varco del labirinto, il canale di Suez, quello di Panama, dove sfondare, con curiosità, dove infilarsi, con l’armonia del godimento del palato o con l’angoscia del rigurgito che porta alla vista i nodi al pettine, i problemi che non abbiamo avuto il coraggio di affrontare.

E’ l’anniversario delle nozze d’oro degli anziani genitori. Tutto è ammantato da una finta gioia, da una parvenza che dopo pochi attimi rivela le sue falle, le sue crepe in un tutti contro tutti e in un classico meccanismo senza buoni né cattivi, senza vinti né vincitori, ma tutti perdenti davanti alla verità. Tradimenti ma soprattutto autoassoluzioni senza pentimenti. I piccoli intermezzi di suoni “ospedalieri”, da reparto del pronto soccorso, danno quel tocco noir e misterioso, onirico se consideriamo anche la presenza inquietante delle anatre (quasi oche romane del Campidoglio ad annunciare l’arrivo del nuovo), a questa attuale versione, tradotta con il linguaggio del teatro di tradizione inglese (ritmo e dialoghi e facilità alla battuta felice e amara) di un “Sesso, bugie e videotape”. Tutti insieme appassionatamente sulla nave dell’irrisolutezza, nelle viscere delle ragnatele pazientemente costruite delle falsità: “Vomitare forse è più un gesto sociale che fisico”. Alla fine un sontuoso omaggio ad uno stare in scena dialettico di energia e impatto, che coinvolge e lascia negli occhi della platea la felicità (e non la facilità) dell’aver condiviso freschezza e sguardo, tempo e passioni.

Visto al Teatro Filodrammatici, Milano, il 19 maggio 2015