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Creative Commons: ‘Tutti i diritti riservati’ non è l’unica opzione. Il caso di Medium

“Quando è nata la rete, il codice era la legge. La sua architettura consente la condivisione. E gli utenti condividevano selvaggiamente. Molti celebrano questa libertà. Altri la combattono ferocemente. “E sotto le regole del copyright, per condividere si deve chiedere il permesso al titolare del diritto d’autore” – scrive Lawrence Lessig, giurista statunitense, fondatore dello Stanford Center for Internet and Society, e in particolare fondatore di Creative Commons.

“Quando questa battaglia è esplosa, all’inizio, si presentava in forma binaria” racconta Lessig. “Le persone, e la storia, erano per il copyright o contro di esso. E così se tu eri per la condivisione, significava che eri contro il copyright. Le norme della rete, dovevano essere cambiate se le regole del copyright dovevano essere rispettate”.

Molti di noi, però, si rendevano conto allora di qualcosa che risulta molto ovvio, se si guarda con gli occhi di adesso: c’erano molti che rispettavano il copyright ma allo stesso tempo volevano incoraggiare le persone a condividere il loro lavoro. Quindi, la licenza Creative Commons: un modo semplice per dare un marchio alla creatività e garantendole, allo stesso tempo, la stessa libertà di divulgazione che l’autore voleva concessa alla sua opera.

Iniziarono i programmatori (per primo Aaron Swartz). Assieme agli avvocati, e gli esperti di copyright della Cooley, progettarono un’architettura tecnica e legale, con un team incredibile di design geeks e imprenditori, come Matt Haghey di Metafilter e Glenn Brown, ora a Twitter.

Insieme, hanno costruito una semplice e meravigliosa interfaccia che consente alle persone di garantire un marchio al proprio lavoro con la libertà che desiderano per esso, e con una distinzione dalle imposizioni di legge sul copyright.

Nel mezzo di una battaglia tra “Tutti i diritti riservati” e “Nessun diritto riservato”, abbiamo issato una bandiera: “Alcuni diritti riservati”. Milioni di opere adesso vivono sotto la licenza “Creative commons”.

Dal 6 maggio anche Medium “dà la possibilità a tutti gli utenti di utilizzare la licenza Creative Commons, e aderire a questa community4freedom” spiega Lessig, annunciando la possibilità di utilizzare la licenza Creative Commons anche su Medium; creato dai co-fondatori di Twitter Ev Williams e Biz Stone.

“Per chi conosce Medium (e gli innovatori che stanno dietro alla sua nascita), questa non è una sorpresa – scrive Lessig – Medium ha catturato qualcosa di potente  nel modo in cui la creatività può essere condivisa nel web di oggi.  E dimostra il suo impegno verso l’idea che sono gli autori che dovrebbero essere in grado di scegliere liberamente, come condividere i propri contenuti.  Medium così si contraddistingue non per essere un’altra isola di creatività nella Rete, ma come una piattaforma che incoraggia le persone a creare e condividere nelle diverse isole che è diventata Internet”.

“Siamo lieti di annunciare l’aggiunta della licenza suite Creative Commons Medium. Ogni scrittore di Medium adesso ha la possibilità di condividere la propria storia scegliendo da tutta la gamma di licenze CC, compresa CC0”.

Medium è uno dei primi editori e una piattaforma per lo storytelling, che abbraccia la licenza CC. Vediamo le licenze CC come più di una semplice funzione” – scrivono da Creative Commons. “Le licenze CC rappresentano l’apertura di Medium come piattaforma, e danno alla comunità la possibilità di contribuire con le opere a una fiorente collezione di  beni pubblici comuni su Internet”.

“E Medium si unisce ad una lunga lista di altri progetti online che supportano la creazione e la condivisione di opere con licenza CC, tra cui l’Internet Archive, Vimeo, Wikipedia, Flickr e molti altri. Ci sono quasi un miliardo di licenze CC autorizzate, liberamente riutilizzabili tra queste piattaforme, ed è bello vedere Medium unirsi alla community in rapida crescita”.

“Buona condivisione!”

(articolo pubblicato con licenza Creative Commons – 4.0)