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Scuola: Renzi ci vuole ignoranti

“Un popolo ignorante è più facile da governare”, ebbe ad affermare Ernesto Che Guevara. Concordo. Come pure sull’altra affermazione di Nelson Mandela, secondo la quale “L’istruzione è l’arma più potente di cui disponiamo per cambiare la società”.

Lasciare la gente nell’ignoranza costituisce in effetti il sogno di ogni tiranno che si rispetti, sia pure nella versione soft della classe dirigente autoreferenziale che fa finta di governare per conto dei poteri forti interni ed internazionali. L’istruzione parte in effetti dal riconoscimento dei diritti e dei doveri. Ma soprattutto dei diritti. E di diritti, si è ormai capito, se ne hanno sempre di meno nell’Italia renziana del Jobs Act e della “buona scuola”.

Aumentare l’ignoranza, se è vero quanto affermò il Che, significa insomma migliorare la governabilità, che costituisce l’imperativo categorico oggi espresso dai consulenti del novello Principe e nel cui nome si è appena approvata, due giorni fa, una legge come l’Italicum che riduce in modo sostanziale il livello della democrazia italiana, in barba alla Costituzione e alla Resistenza che l’ha prodotta.

Il processo di semplificazione drastica delle conoscenze e dello spirito critico viene del resto coerentemente perseguito da questa classe dirigente. Sono stati via via eliminati o messi a repentaglio insegnamenti fondamentali per la formazione culturale delle persone come la filosofia, la geografia, la storia dell’arte ed altri. Berlusconi affermò a suo tempo che l’istruzione doveva essere imperniata sulle tre i (informatica, inglese, impresa). Fallendo tuttavia anche in questo. Mentre l’alfabetizzazione informatica procede per proprie vie, ma non sempre nel migliore dei modi, e l’impresa (tranne quelle multinazionali e quelle grandi più o meno assistite dallo Stato) langue, l’inglese delle giovani generazioni lascia ancora molto a desiderare, almeno a giudicare dalle esilaranti performance di Matteo Renzi in terra straniera.

Il pensiero unico neoliberista si limita del resto a distribuire, in lingue più o meno accessibili ai più, i propri elementari “pensieri” sulla società e l’economia, che i replicanti scarsamente esercitati all’uso dell’organo cerebrale ripetono a macchinetta. E tanto vi basti.

Del resto, più ignoranti resteranno, più disponibili saranno a farsi sfruttare lavorando in modo alienante per salari da fame. Si conferma , insomma, la giustezza di quanto affermato da Che Guevara. Sulla cui base i governanti cubani, sia detto per inciso, hanno dato vita a un sistema scolastico di ottimo livello, nella cui esistenza risiede la vera garanzia della democrazia effettiva di una società. Non già nella “libertà” puramente formale ed esornativa di mandare a quel Paese i leader o di esibirsi impunemente in qualche pubblica pernacchia, secondo la concezione un po’ superficiale e propagandistica della democrazia che ne hanno molti, a loro volta non sempre dotati di enorme spessore educativo e culturale.

E’ in questo più ampio quadro che vanno collocate le presenti controversie relative alla cosiddetta riforma presentata da Renzi. Una controriforma, in realtà, che taglia fuori buona parte dei precari che dovrebbero essere assunti, continua a negare alla scuola fondi indispensabili per andare avanti, attribuisce ai presidi poteri eccessivi e incontrollati, applicando anche alla formazione delle nuove generazioni il fallimentare modello Marchionne.

Il tutto ovviamente funzionale a una società che, in nome di governabilità e competitività, vorrebbe bandire ogni spirito critico e l’idea stessa del bene comune. E’ ben noto del resto che fra i capitoli di spesa più controversi anche nel rapporto dell’Unione europea con il governo Tsipras vi sono proprio quelli relativi all’istruzione. I Boko Haram di casa nostra si chiamano con il nome dei governanti europei e nazionali che stanno affossando l’idea stessa di scuola pubblica. Neoliberismo e fondamentalismo paiono in effetti essere animati dallo stesso intento punitivo nei confronti di quest’ultima. I secondi tagliano le teste, i primi per ora si limitano a posti di lavoro e fondi, ma l’effetto è lo stesso.