Economia

Buco pensioni, Consulta gela il governo: “Per avere i rimborsi non serve ricorso”

Palazzo Chigi intendeva versare il mancato adeguamento all'inflazione solo a chi riceve assegni bassi. Contando che gli altri non avrebbero affrontato costose cause per ottenere "1.000-1.500 euro". Ma in serata fonti della Corte hanno chiarito che la sentenza è "immediatamente applicativa" e la restituzione del maltolto è un obbligo

Le speranze del governo, evidentemente, erano mal riposte. Dopo una giornata in cui Palazzo Chigi aveva fatto filtrare la conferma che l’esecutivo intendeva “non rimborsare” tutti i pensionati danneggiati dal blocco dell’adeguamento all’inflazione bocciato dalla Corte costituzionale, in modo da ridurre l’onda d’urto sui conti pubblici, in serata la stessa Consulta ha sbarrato la strada a quell’ipotesi. Chiarendo che la restituzione del maltolto è un obbligo, in quanto sentenza resa nota giovedì scorso vale di per sé erga omnes ed è immediatamente applicativa. Insomma, non serve alcun ricorso. Doccia gelata, dunque, per il premier Matteo Renzi e il ministro Pier Carlo Padoan, che ora devono fare i conti con un buco stimato in almeno 9 miliardi di euro.

Stando a quello che era emerso nel pomeriggio, l’intenzione iniziale era di restituire quanto perso a causa della norma Fornero solo a chi riceve assegni fino a sette volte il minimo, e in misura decrescente con l’aumentare del trattamento. Contando sul fatto che i pensionati più “ricchi” avrebbero rinunciato a fare ricorso per riavere “1.000-1.500 euro”, visto che per affrontare la battaglia legale se ne sarebbero dovute accollare le spese. Ad anticipare il “piano” era stato il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti, affermando che “è impensabile” che si restituiscano i soldi ai pensionati “che prendono 3.500-4.000 euro al mese, quando si è chiesto ai giovani di passare al sistema contributivo e ai quasi pensionati di spostare in avanti l’età per andare in pensione. Sarebbe immorale, un’ingiustizia spaventosa, e il governo deve dirlo forte”.

Peccato che il presupposto stesso della via di uscita individuata dal governo sia stato demolito verso sera, quando “fonti vicine alla Corte” hanno fatto sapere attraverso le agenzie di stampa che tutte le sentenze della Consulta, salvo diverse indicazioni contenute nel provvedimento emesso dai giudici (che, in questo caso, non ci sono) acquistano efficacia il giorno dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Per ottenere il rimborso delle somme non percepite in termini di indicizzazione, dunque, basta fare domanda all’Inps e non serve un ricorso, perché dopo la sentenza la restituzione è un obbligo da parte dello Stato. Ciò non toglie che, come accaduto in casi, in casi analoghi, gli stessi avvocati possano consigliare la via del ricorso come strada per rendere più forte l’azione e per sollecitare il rimborso.

A questo punto, dunque, il governo deve individuare le risorse per far fronte a un esborso che potrebbe avvicinarsi a un punto percentuale di Pil. Anche se, in assenza di dati ufficiali, continuano a essere diffuse stime discordanti: i consulenti del lavoro hanno quantificato l’impatto in 6 miliardi, ma il centro studi Nens, a cui si accoda la Cgia di Mestre, si spinge a calcolarlo in oltre 16 miliardi di euro. Questo, naturalmente, se il pronunciamento della Consulta fosse rispettato in toto, rivalutando tutti i trattamenti superiori a 1.443 euro.

Intanto dalla Commissione europea anche mercoledì è arrivato l’avvertimento che Bruxelles “aspetta la decisione del governo su come attuare la sentenza della Consulta e ne valuterà l’impatto sui conti”, ma “questo non deve compromettere l’impegno italiano a rispettare le regole del Patto“, a partire dall’impegno a contenere il disavanzo entro il 3% del prodotto interno lordo. Non c’è una vera e propria deadline entro cui Palazzo Chigi debba presentare all’esecutivo Ue le proprie decisioni, ma c’è una circostanza significativa che potrebbe accelerare le mosse italiane: il 13 maggio verranno presentate le Raccomandazioni specifiche per Paese, il documento annuale con cui la Commissione dà agli Stati “pagelle” e “compiti a casa”, cioè una valutazione complessiva dell’andamento dei conti pubblici in relazione agli obiettivi di bilancio fissati e un esame delle riforme in corso e del loro impatto. Se l’Italia non invierà prima di quella data alcuna informazione, quello sui suoi conti rischia di essere un giudizio sospeso, nel senso che poi i dati su deficit e debito dovrebbero essere modificati.