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Stati Uniti e noi, perché sta vincendo la violenza

Tutto comincia a Ferguson, dove muore un ragazzo nero disarmato, prosegue con l’uccisione di un dodicenne che mostrava una pistola giocattolo, continua con l’immagine di un giovane nero in fuga, ucciso alle spalle e filmato proprio mentre il poliziotto bianco fa fuoco. Prosegue con altri eventi sanguinosi, molto simili l’uno all’altro e molto ravvicinati: lo sparatore sempre bianco e non in pericolo, il nero sempre giovane e disarmato, che alla fine è sempre la vittima.

Il culmine viene raggiunto a Baltimora, città a maggioranza nera con un sindaco nero dove un giovane muore per lesioni alla spina dorsale, dopo essere stato arrestato senza resistenze o colluttazioni. Seguono subito dimostrazioni di condanna e di rabbia. Poi la rivolta violenta dei quartieri neri e l’attacco ai poliziotti che si è trasformato in guerriglia con l’arrivo della Guardia Nazionale e di mezzi di guerra. Forse però la questione razziale non dovrebbe occupare tutta la scena. Qualcosa, in molti Paesi tradizionalmente ordinati e democratici, sta cambiando nel rapporto fra popolazioni e istituzioni, e dunque prima di tutto popolazione e polizia.

O meglio, si sta verificando un distacco, forse di più, una spaccatura, anche nei paesi tradizionalmente più uniti. Si notano faglie che sembrano più fisiologiche che politiche, qualcosa come nei terremoti, grave e imprevisto, ma fra la gente. La risposta di molti sociologi, anche negli Usa, è che la massa ha smesso di essere massa, con bandiere, slogan, striscioni e un certo legame che permetteva di regolare le varie fasi di una protesta, ed è diventata folla. Ciò è accaduto un po’ per l’influenza della Rete, che trasforma ciascuno in protagonista solitario, e molto per la perdita di autorevolezza di partiti e sindacati e anche di leader politici. Per restare agli Stati Uniti, per esempio, i Repubblicani sono in grado di creare sfiducia, tensione, antagonismo, ribellione, persino in clima di grande ripresa economica, ma non sono in grado di proporre un leader o una figura guida. Dunque non sono in grado di limitare il danno.

Ma sono in grado di farlo per la lunga politica (un trentennio di impoverimento dei poveri e di arricchimento dei ricchi, che ha portato a 1000 la distanza fra il fondo e il vertice della vita sociale, eliminando ogni realistica possibilità di reciproco riconoscimento che non siano la sottomissione o rivolta). Il risultato è un risentimento che tende a salire perché sempre più decisioni appaiono lontane e arbitrarie, e le tensioni tendono a scaricarsi sul corpo organizzato più vicino, la Polizia. D’altra parte un po’ tutte le polizie del mondo democratico, sentendosi controparte quasi esclusiva di uno scontro sempre più ripetuto e ogni volta più pericoloso, hanno cominciato a militarizzarsi: armi da guerra e un’aggressività solitaria, da soldati in un altro Paese, tanto grande ed estranea quanto la folla dove ciascuno è stato convocato da solo on line, non sa niente dell’altro e non viene dalla strada, che dovrebbe essere l’habitat (ma non lo è più, né qui né in America) dei rivoltosi.

Credo che gli episodi di scontro “antagonista” (la parola è giustamente imprecisa) intorno all’Expo di Milano siano di questa natura: una guerra spaziale fra gruppi provenienti da pianeti diversi senza alcun filo o legame di riferimento comune, dunque disponibili a violenze anche estreme. Il fatto è che il nuovo tipo di comunicazioni e un modo (o la presunta necessità) di governare, e dunque di decidere questioni che riguardano tutti, senza alcun coinvolgimento dei cittadini, ha eliminato il contesto che rende compatibili, sia pure nella contrapposizione politica, vite e visioni diverse. Senza un contesto (che è anche il segno dei limiti) sia gli antagonisti di ogni tipo sia i governi tendono ad aumentare la forza mentre si abbassa la soglia critica. Esplodono conflitti, a volte gravissimi, fra folle accorse solo per poco tempo (per poi formarsi e riformarsi e sciogliersi e ricomparire altrove) e apparati poderosi di polizia che sono sempre più preparati a trattare allo stesso modo distruttori violenti e militarizzati e la folla composta, tra gli altri, da quel ragazzino nero di Baltimora inseguito e acciuffato dalla madre decisa a riportarlo fuori dal sogno febbrile di combattere.

In queste sequenze possiamo forse vedere di che cosa si sono private le nostre democrazie. Per esempio, quella americana e quella italiana. Negli Usa, benché sia presidente Barack Obama, che discende direttamente dalla cultura dei diritti umani e della nonviolenza di Martin Luther King, i diritti individuali e la nonviolenza non sono mai diventati una scuola, un percorso, un valore. E non è mai stata abolita la pena di morte, benché stia perdendo sostegno popolare.

Obama rifiuta ogni guerra, ma ci sono agenzie del suo governo dotate di robot che controllano il mondo, con uccisioni previste e morti per caso (di serie B, come ha detto il padre del cooperante italiano Lo Porto colpito senza verificare e senza saperlo, in Afghanistan). Ed eccoci in Italia, dove da decenni solo un partito, i Radicali di Pannella e Bonino, propone che, per prima cosa, ci sono i diritti umani, la lotta alla pena di morte, la diplomazia che scansa le guerre e salva le vite secondo buon senso. Ma tutto ciò stranamente li isola, persino nei media, forse perché bloccherebbero quasi ogni atto di politica tradizionale e di vanagloria da leader mediatico. Purtroppo non esiste, come per il danaro, un regolatore che possa constatare il danno, e compensare il rapporto fra diritti umani e violenza.

La violenza, anche dentro la vita democratica quotidiana, è destinata a salire e a diventare sempre più guerra. Le madri non possono inseguire i figli che vanno a combattere da una parte o dall’altra. E la nonviolenza resta una disapprovata debolezza. Peccato, ci resta tutto ciò che avviene nella parte peggiore della vita. L’altra, quella dei diritti, del rispetto e delle persone salve e integre, resta confinata nel credo di una fede (laica) o dell’altra.

il Fatto Quotidiano, 3 maggio 2015