Mondo

Di migrazioni e banalità

Ospito il contributo di Marco Di Donato, dottore di ricerca in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Genova, ricercatore Unimed nonché autore di ‘Hezbollah, Storia del Partito di Dio’, Mimesis Edizioni, 2015 (FR)

Noi, italiani come europei, non siamo abituati a giustificare i nostri spostamenti. Ci viene naturale, spontaneo, pensare di potersi muovere, viaggiare, esplorare. Sì, qualche volta la burocrazia pone qualche ostacolo di troppo, ma nessuno ritiene di non avere il diritto di pensarsi altrove: che sia per un viaggio, che sia per studio, che sia per lavoro. Molti giovani lavorano negli Stati Uniti d’America, altri hanno lasciato casa per proseguire gli studi in Europa, qualcuno si è spinto oltre ed è andato a specializzarsi in Sud America. Mia moglie aveva sempre sognato un viaggio di nozze in Perù ed è stata accontentata. Io stesso, nella mia pur breve carriera, ho più volte applicato per posizioni all’estero (Gran Bretagna, Danimarca, Germania) ed ho vissuto diversi mesi fra Tunisi, Il Cairo, Beirut. Mio cugino ha sposato una ragazza spagnola metà cubana e metà guineana e si è trasferito a Granada per lavorare con lei.

Il tutto si è svolto con grande naturalezza e il pensiero della lontananza da casa, dagli affetti, dal proprio luogo di nascita è stato a volte l’unico motivo di dubbio rispetto alla propria scelta. Ed allora perché quando guardiamo verso la Sponda Sud del Mediterraneo non siamo capaci di utilizzare lo stesso metro di giudizio? Perché vogliamo negare ad altri quello che riteniamo un nostro diritto inalienabile: muoverci, spostarci, esplorare, conoscere? Perché non riconosciamo che è solo il caso, il destino, il fato, ad averci fatto nascere in un luogo (privilegiato) e ad averci regalato questa di vita e non un’altra?

Sarà pur banale, ma il fondo del ragionamento è proprio questo. Sarà pure un discorso da intellettuali, ma l’uomo migra da quando è nato, si muove, si sposta per i più svariati motivi: amore, denaro, gioco, conoscenza, fame, sopravvivenza. Se prendiamo in analisi questi ultimi due sostantivi, ci sono in effetti migranti che fuggono da conflitti armati che hanno distrutto tutto quello che loro conoscevano come casa.

Penso anche alla mia esperienza familiare ed alla fame, profonda, dei miei nonni durante la seconda guerra mondiale. Lo scriveva Norman Lewis che nella Napoli del 1944, all’arrivo degli anglo-americani, non c’era donna che non avrebbe venduto il proprio corpo per una scatola di fagioli. Penso anche ai tanti siriani che sono partiti da Damasco con un areo verso Algeri, che hanno percorso il deserto del Sahara (a piedi e/o con mezzi di fortuna) verso le coste libiche e che lì hanno dovuto attendere due, tre, quattro mesi prima di imbarcarsi in centinaia su un malmesso barcone che li ha portati verso l’Italia o Malta.

Tutti hanno, o avevano, una famiglia, una casa, un lavoro, una vita che sono stati costretti a lasciare. Perché evitiamo di pensare che la lontananza da casa, dagli affetti, dal proprio luogo di nascita, possa riguardare anche loro? Forse perché siamo ormai abituati a vederli tutti uguali, con la loro pelle più scura della nostra, ammassati sulle banchine di qualche porto italiano con le loro coperte termiche. Ci sembrano tutti uguali, accovacciati per terra mentre un operatore sanitario con la mascherina bianca e guanti di lattice prova a fornire loro i primi soccorsi. Ma dietro quegli occhi ingialliti dalla fame, dalla sete, dal freddo, ci sono delle storie che, qualcuno si sorprenderà, sono del tutto simili alle nostre.

Me lo ha spiegato una volta il regista Paolo Martino, autore di Terra di transito, una delle migliori risposte possibili all’abusata denuncia del rischio di invasione. Lui, che ha viaggiato dall’Afghanistan alla Grecia ed ha seguito passo dopo passo il percorso di chi ha deciso di migrare, mi ha mostrato l’altra faccia della medaglia: la decisione è individuale, indipendente, perché no volontaria. Ognuno migra, si muove, si sposta, esplora, in base ad un proprio intimo sentimento. La guerra è una delle spiegazioni, ma non l’unica.

E del resto, mi sento di aggiungere, perché dovrebbe? Perché non possiamo riconoscere ad altri ciò che riconosciamo a noi stessi? Perché dobbiamo nasconderci dietro la burocrazia di un passaporto per sopprimere quella insopprimibile tensione al movimento che accomuna noi tutti esseri umani? Risposte facili ed immediate non ce ne sono e certamente chi scrive non ha la qualifica adatta per fornirle al lettore, ma ogni ragionamento che non tenga nel giusto conto l’ineluttabilità del movimento umano è destinato a rimanere misura palliativa per chi si trova da questo lato della barricata e, molto più drammaticamente, tattica mortale per chi questa barricata prova quotidianamente ad oltrepassare.

Un vecchio detto napoletano recita: “Fai come dico io, ma non fare come faccio io“.