Cinema

Nanni Moretti: nel nome della madre

Se è vero – e lo è – che i grandi film sono quelli in cui si ride e si piange molto, Mia madre di Nanni Moretti è un grande film. Perché fa ridere con le lacrime agli occhi e fa piangere col sorriso sulle labbra. Ci voleva del coraggio a cimentarsi in una storia così vera e così drammatica come quella della regista che perde a poco a poco la mamma mentre gira una pellicola sulle proteste operaie in una fabbrica, visto soprattutto quel che si vede di solito nei cinema made in Italy. Ma soprattutto ci voleva del talento, vero e maturo, per riuscirci come ci è riuscito Moretti in quello che forse è il suo film, se non più bello, senz’altro più completo e compiuto. Anni fa, in una lunga e famosa polemica, Dino Risi gli aveva suggerito beffardo: “Quando vedo un lavoro di Nanni, mi viene sempre voglia di dirgli: spòstati e fammi vedere il film”. Stavolta Nanni si è scansato, eccome se si è scansato. Ancor più che in Habemus Papam, dove il papa era lui ma aveva il volto e il corpo di Michel Piccoli, e Nanni interpretava lo psicologo. Qui la perdita della madre durante la lavorazione proprio di quel film è capitata a lui, che però ha ceduto se stesso a una splendida Margherita Buy. Così, per la prima volta, Moretti non fa Moretti. E la Buy non fa la Buy. Fanno l’uno il personaggio dell’altro. Lei protagonista, nei panni della regista un po’ stronza, astrusa e capricciosa. Lui deuteragonista, il fratello borghese nevrotico, depresso e buono.

Così, oltre a sorprendere tutti, infilano le loro rispettive, migliori interpretazioni. Aiutati dalla scrittura di Valia Santella e Francesco Piccolo e dall’immensa attrice Giulia Lazzarini, la madre malata, sempre in perfetto equilibrio e senza mai scadere nella retorica del patetico; e da un pirotecnico John Turturro, a cui è affidata la parte comica dell’attore americano smargiasso e smemorato, che parla come Stanlio e Ollio e blocca tutti i ciak perché si scorda il copione oppure gli prudono i baffi posticci. E soprattutto non capisce quando la regista Buy (alias Moretti) ripete in continuazione sul set “voglio vedere l’attore accanto al personaggio”, terrorizzando gli attori con una frase-supercazzola che alla fine anche lei (alias lui) confessa di non aver mai capito che diavolo significhi. Però suona bene. Lei che appare così decisa, solida e sicura di sé, mentre in realtà nasconde turbamenti, incertezze, inadeguatezze, visioni e incubi inquietanti. Alla fine la vita prende il sopravvento a tal punto, che Turturro si ribella e si mette a urlare: “Basta cinema, fatemi uscire dalla finzione, ridatemi la realtà!”. O qualcosa del genere.

“Di solito faccio passare parecchio tempo tra un film e l’altro. Ho bisogno di lasciarmi alle spalle l’investimento psicologico, emotivo del film appena fatto. Ci metto sempre un bel po’ di tempo per ricaricarmi. Stavolta invece, appena uscito Habemus Papam, ho cominciato subito a pensare a Mia madre. Ho iniziato a scrivere quando nella mia vita erano appena successe le cose che poi ho raccontato nel film. Dopo la prima stesura della sceneggiatura, sono andato a rileggermi i miei diari scritti durante la malattia di mia madre perché immaginavo che quei dialoghi, quelle battute, avrebbero potuto aggiungere peso e verità alle scene tra Margherita e la madre. Ecco, rileggere quei quaderni è stato doloroso”. Il dolore, la malattia, la morte, per chi se ne va e per chi resta, ma anche l’allegria quotidiana che strappa sane risate, sono raccontati con una delicatezza e un’autenticità e una laicità che possono arrivare soltanto dalla vita vera. La vita di una famiglia borghese con la mamma prof di latino che ha fatto dell’insegnamento non un mestiere, ma una missione, e infatti gli ex alunni continuano ad andarla a trovare per prendere un caffè e parlare di politica, e infatti lei anche con la maschera di ossigeno continua a dare ripetizioni alla nipote, e infatti lei si accorge degli amori e dei disamori della ragazza molto più dei genitori distratti. Tutto questo fa di Mia madre un film talmente semplice, disarmante e soprattutto serio (specialmente quando fa ridere) da non sembrare neppure italiano. Italiano nel senso dell’Italia di oggi, e del cinema di oggi. Un film straniero in patria, ma piuttosto raro anche per un film straniero.

Un film “politico”, come l’ha definito Moretti proprio per quello che, al primo impatto, sembrerebbe il meno politico. Invece ha ragione: è il suo film più politico, anche se non parla della “politica” politicante, cioè di quella robaccia che siamo abituati a chiamare politica e invece è tutto fuorché politica. Politica è occuparsi della vita, della morte, della malattia, della sofferenza, degli ospedali, delle fabbriche, delle cariche della polizia, dei ragazzi a scuola e delle donne (che sono le protagoniste assolute del film). E portar da mangiare la pasta corta nella scatola di plastica alla madre malata in corsia, perché la pasta lunga della clinica diventa una colla. Politica è mostrare la regista alle prese con le solite domande stanche dei giornalisti impegnati che partono da “questo momento così delicato per la società” e dalla “coscienza del Paese reale”, e costretta prima a rispondere in automatico con le eterne frasi fatte, prima di accorgersi che “ripeto le stesse cose da anni perchè tutti pensano che io, in quanto regista, sappia interpretare la realtà, ma io non capisco più niente”. Nessuno, neppure noi, aveva capito perché Moretti, dopo la stagione dei Girotondi, si fosse assentato dalla politica attiva. Questo film è la sua risposta a tutti: per lui, oggi, la politica attiva è questa. Purtroppo, solo per lui.

il Fatto Quotidiano, 14 aprile 2014